Briciole di memoria

 

Briciole di memoria

 

Ricordo perfettamente che quell’estate fu particolarmente calda e che ogni volta che uscivo fuori a giocare e a fare le verticali al muro, mio passatempo preferito a quell’epoca, mia madre doveva poi armarsi di sana pazienza e pulirmi infinite volte il viso madido di sudore per lo sforzo e le mani sporche del rossiccio della piastrelle che avevamo nella grande terrazza, della quale ancora adesso ho un tremenda nostalgia.
Quel colore rosso brunito non lo dimenticherò mai perché ha macchiato tutti i pantaloni della mia infanzia, sbucciato le mie ginocchia e si è scolpito per sempre nella mia mente, rimanendo vivido come il ricordo della passeggiata fatta solo ieri con le mie figlie.
Come non dimenticherò mai la sensazione di felicità mista ad orgoglio ogni volta che grazie alla forza delle mie mani e delle mie braccia quella verticale riusciva perfettamente e allora e solo allora chiamavo mia madre con tutto il fiato che avevo in gola, squarciando il silenzio di quelle sere afose e assolate di luglio, facendola puntualmente spaventare nel dubbio che mi fosse accaduto qualcosa.
Non appena le mie orecchie udivano lo scalpitio delle sue ciabatte percorrere il lungo andito e bloccarsi per girare verso la terrazza, io irrigidivo ancora di più tutti i muscoli del corpo e non mi importava nulla dei rigagnoli di sudore che mi imperlavano la fronte e la schiena, perché l’emozione e l’eccitazione di quel momento erano superiori a tutto il resto.
In fondo ero una bambina a quel tempo… E come tutti i bambini, più sudavo più ero felice.
I complimenti di mia madre erano il massimo per me e una volta rimasta di nuovo sola, mi gongolavo beata e sognavo di iscrivermi presto a ginnastica ritmica.
Così le giornate trascorrevano veloci tra mare, parco, quei pomeriggi trascorsi a casa a fare le verticali e qualche visita ai miei amati nonni.
E intanto luglio zitto zitto volava via ed io sapevo che quella sarebbe stata una buona cosa perché avrebbe significato finalmente ferie per mio padre e vacanze “vere” per me e sinceramente non vedevo l’ora.
Un sabato mattina i miei genitori  mi fecero indossare il costume da bagno e mentre mia madre si indaffarava in cucina nel preparare tutto l’occorrente da infilare nella borsa frigo, mio padre mi prese da parte e mi spiegò che quel giorno saremmo andati in una spiaggia nuova ma che prima avremmo fatto visita ad alcune suore in una grande casa in cui non eravamo mai stati.
Pensai: “Allora non deve essere la casa in campagna in cui di solito portiamo gli scatoloni con i miei vestiti smessi. Lì non c’è il mare”.
La voce di mio padre interruppe il veloce fluire dei miei pensieri e lo sentii dire:
Andremo in un posto in cui conoscerai dei bambini più sfortunati di te che non hanno più i genitori. Le suore si occupano di loro per questo motivo. Sii buona e gentile mi raccomando”.
Annuii. “Sì papà, va bene”.
Non battei ciglio nonostante la mia tenera età, età che probabilmente in un altro frangente mi avrebbe portato a fare una quantità esagerata di capricci, tuttavia probabilmente reagii così solo perché la mia attenzione si  focalizzò soprattutto sulla parte del racconto per me migliore: pensai ai bagni, alla sabbia e ai giochi che avrei fatto e tutto il resto passò in secondo piano.
Solo ora che sono madre capisco che il discorso di mio padre fu congegnato proprio in modo da catalizzare la mia attenzione su ciò che più mi stava a cuore… Voleva evitare i miei eventuali capricci: abilità genitoriali senza tempo.
Ricordo ancora come fosse ieri, l’aria bollente dentro l’abitacolo della macchina, il vento fresco che entrava dall’esterno e che mi sferzava piacevolmente il viso, la tempia destra poggiata solo lievemente al finestrino a manovella per timore che ci sbattesse contro alla prima buca presa da mio padre.
Rigagnoli di sudore stavano iniziando a percorrere la linea non troppo dritta della mia schiena che era stata già martoriata a sufficienza, nonostante la mia giovane età, dalle punizioni troppo severe della mia maestra di allora, una suora che non conosceva serenità e che, purtroppo, aveva scelto di sfogarsi su noi scolari.
La macchina viaggiava veloce, il suo rollio mi cullava dolcemente.
Rivedo la mia borsetta preferita, tutta rosa, stretta in grembo.
Non me ne separavo mai, la adoravo e avevo adorato ancora di più i miei genitori quando me l’avevano regalata, anche se non riesco a ricordare per quale occasione.
Ma a quel tempo da brava bambina viziata qual ero ricevevo spesso regali, perciò può essere che un’occasione vera e propria non ci fosse stata.
Ad un tratto una brusca frenata, un inveire di mio padre e il conseguente spavento di mia madre mi fecero rinvenire dal dolce oblio dei miei pensieri.
Da piccola non amavo ascoltare musica in macchina, preferivo decisamente il silenzio e la pace che alimentavano continuamente la mia immaginazione.
Ogni viaggio in auto si trasformava in una storia di elfi, fate e magia in cui io ero ovviamente la protagonista.
Oppure in una storia d’amore, perchè già un po’ ci pensavo a quell’epoca… Eh sì.
Chiudo gli occhi e le mie mani, che fino ad un attimo prima scorrevano veloci sulla tastiera del pc adesso sono ferme, ho bisogno di silenzio per riassaporare quei ricordi, per ritrovare quelle briciole di memoria.
Ecco, lo sento.
Rumore della lamiera di una portiera d’auto sbattuta eccessivamente nell’atto di essere chiusa.
Dovevo essere stata sicuramente io oppure mio padre, dato che mia madre di solito stava più attenta e la accostava dolcemente.
Poi ricordo delle scale, una lunga scalinata gentilmente accompagnata sia a destra che a sinistra da bassi cespugli di un verde intenso, spruzzati qua e là dal rosa e lilla delle azalee in fiore.
Penso: “A mia nonna farebbe piacere se gliene portassi un mazzolino, lei le adora”.
Ma l’idea mi viene subito stroncata sul nascere da uno sguardo fulmineo e severo di mia madre che, come solo le madri sanno fare, sembrava avermi letto nel pensiero.
Da lì in poi i ricordi sono, non so perché, un pochino più sbaditi.
Presentazioni e convenevoli.
Discorsi sui bambini tra i miei genitori ed una suora parecchio anziana che tuttavia non attirano la mia attenzione.
Sono troppo indaffarata ad osservare l’ambiente circostante e ciò come al solito mi fa isolare dal resto del mondo.
C’è una certa austerità mista a povertà negli arredi, ricordo soprattutto un grande ma brutto vaso posto sopra un’alzata, fare capolino da dietro ad una porta socchiusa.
Ci dirigiamo al piano di sopra, e lì inizio ad essere un po’ stufa di quel diversivo che a mio parere ci sta facendo perdere preziose ore di mare.
Mi lamento un po’ con mia madre che mi chiede la cortesia di comportarmi bene e di avere pazienza.
Ho fame, glielo dico, ed ecco apparire magicamente dalla sua borsa un piccolo pacchetto di patatine.
Lei pensa sempre a tutto mi dico tra me e me, e felice lo afferro desiderosa di sgranocchiarle il più in fretta possibile per placare il sonoro borbottio del mio stomaco.
Arriviamo al primo piano e lì, mentre le mie papille gustative sono immerse nel piacevole compito di farmi percepire il delizioso sapore delle patatine ed il mio cervello inizia a produrre pure endorfine di libidico piacere, vedo arrivare trafelata su per le scale una bambina.
Avrà avuto più o meno la mia età, forse un pochino più piccola, è bassottina, esile esile, ha i capelli scuri che le arrivano alle spalle, una frangetta scompigliata e qualche ciocca qua e là intrisa di sudore.
Forse stava giocando giù nel cortile, penso.
Ecco, adesso i ricordi si fanno più chiari.
Quasi mi sembra di essere lì, rivedo i miei occhi che la osservano, rivedo i suoi occhi che mi guardano timidamente, una lieve increspatura delle sue labbra e un mesto sorriso appena abbozzato.
Tiene le braccia dietro alla schiena, quasi per proteggersi, o forse per nascondere qualcosa che ha in mano.
Ma in mano non aveva nulla. Proprio nulla.
E nel cuore doveva avere sicuramente tanta tristezza.
I suoi occhi si bloccano sul pacchetto di patatine che stringo tra le mani, e per la prima volta nella mia vita vedo uno sguardo di desiderio e di eccitazione misto tuttavia al timore di chiederne un po’ per sé.
Si capisce da come mi guarda che ne vorrebbe mangiare qualcuna.
Sento una voce lontana che mi parla, è mia madre che mi chiede di offrirgliene ma io sto già provvedendo senza bisogno del suo richiamo, sono piccola sì ma a certe cose riesco ad arrivarci anche da sola.
E poi ecco quello sguardo…
Un’espressione del genere io non l’avevo mai vista, o meglio l’avevo vista ma non di certo legata al desiderio di qualche patatina, perciò non riesco fare a meno di rimanerne stupita.
Per me è normale comprarle “Quante volte mi sarà capitato con mamma e papà…” penso.
Eppure lei , il suo nome era Sara mi dice mia madre interpellata a tal proposito, sembra desiderarle più di ogni altra cosa al mondo in quel momento.
Le chiedo: “ Ne vuoi?” mentre già le mie mani le stanno porgendo il pacchetto, e allora lì la sua espressione cambia radicalmente.
Il viso si rallegra aprendosi in un grande sorriso, ma forse quello che leggo nel suo sguardo è anche meraviglia… perchè gliele ho offerte prima ancora che potesse proferire parola…
Ne afferra una dopo aver guardato dentro al pacchetto come io avrei potuto guardare dentro al baule del tesoro della migliore (o peggiore) combriccola di pirati e quando se la porta alla bocca la gusta come se fosse l’ultima che mangerà in vita sua.
Decido di regalarle il pacchetto, ho capito che lei deve essere una di quelle bambine sfortunate di cui si occupano le suore.
Chiedo a mia madre che conferma in parte la mia supposizione:
Mamma, i suoi genitori sono morti?”.
Mia madre mi spiega che i suoi genitori non sono morti ma che hanno avuto dei “problemi” e che per questo motivo Sara è stata data per un certo periodo di tempo in affidamento alle suore Vicenziane.
Me lo dice con molta dolcezza e a voce così bassa che quasi stento a percepire le sue parole, e nonostante ciò le mie orecchie le captano nitide come se avessero sempre fatto parte dei miei pensieri, come se in fondo io avessi già saputo tutto.
Sara quasi non ci crede, si tiene stretto quel pacchetto contro l’addome come se fosse la cosa più preziosa che possiede e come se al tempo stesso avesse timore che qualcuno potesse portarglielo via.
La suora la guarda amorevolmente, poi mi sorride ma il suo sguardo cambia quando ricade sul volto di mia madre, i loro occhi si captano ed io ci leggo tenerezza mista a tristezza, e forse un pochino di compassione.
Di lì a poco tuttavia sarebbe successo il fattaccio, che io chiamo così perché purtroppo nei miei ricordi di bimba, prima che crescessi e maturassi come si deve, si era insediato come un avvenimento traumatico.
La borsetta. La mia borsetta rosa.
Quella dalla quale non mi separavo mai, quella che mi faceva sentire una piccola donna e mi faceva assomigliare di più a mia madre.
Quella stessa borsetta che provocava in me un certo e crescente grado di vanità quando mi guardavo allo specchio in camera dei miei, assieme ai rossetti messi per gioco, alle scarpe col tacco rubate dalla scarpiera di mia madre dentro alle quali camminavo ancheggiando, rischiando inconsapevolmente ogni volta di farmi male.
Lei voleva la mia borsetta!
Le patatine erano finite e ora, proprio mentre noi stavamo per salutarla e andar via, vidi i suoi occhi posarsi come magicamente su quel piccolo pezzo di plastica e stoffa, giacchè non aveva certo nulla di prezioso essendo una borsa giocattolo.
Capii immediatamente che l’unica soluzione in quel momento sarebbe stata prestargliela, un po’ per evitare sensi di colpa che già mi stavano assalendo, colpevoli i miei pensieri “Non gliela regalerò mai!” e un po’ per placare l’istinto di mio padre (che avvertivo già in lontananza) di chiedermi di lasciargliela.
Insomma, senza neanche saperlo, feci ciò che la maggior parte di noi fa quando non vuole essere aggredito: feci la prima mossa nella speranza che questa fosse sufficiente ad acquietare l’animo di Sara, e la feci pensando: “Non le sono bastate le patatine?”.
Mi vergogno fortemente di quel pensiero che balenò nella mia testa, fui egoista lo ammetto, ma oggi come oggi capisco anche che fu dettato e giustificato dal mio essere a mia volta una bambina immersa in una situazione della quale avevo capito qualcosa sì e qualcosa no…
Avevo capito, ma solo come possono capire i bambini piccoli e la mia comprensione era stretta in una morsa tra la mia ingenuità di allora e la voglia di tenermi ciò che era mio di diritto.
Così le dissi: “Te la presto”. E sfilandomela dal braccio destro gliela misi in mano.
Ciò che successe dopo, la mia mente se lo ricorda come racchiuso nella frazione di un secondo, anche se in realtà non dovette essere proprio così.
Sara non mi chiese niente, eppure nell’aria calda del mattino che volgeva ormai al mezzogiorno, si poteva avvertire nitidamente il sapore del suo desiderio e la gioia sconfinata che la mia borsetta le stava procurando.
Le sue mani la accarezzavano come se fosse un peluche e continuavano a sistemarla cercando la posizione ideale, finchè dalla bocca di mio padre uscirono le tanto fatidiche quanto temute parole che furono tanto giuste per lui, quanto sbagliate e dolorosissime per me.
Perché sapevo che non avrei potuto dire di no. A mio padre non si poteva dire di no. Se chiedeva una cosa, quella cosa doveva essere detta, fatta o portata.
Non c’era via d’uscita.
Lauretta, perché non gliela regali?” Mi sussurrò all’orecchio. “Sono sicuro che Sara ne sarebbe felicissima, tu hai tante cose, sei piena zeppa di giochi a casa, lei poverina non ha niente. Potrebbe avere la tua borsetta da questo momento in poi. La renderesti la bambina più felice del mondo e faresti un fioretto grande grande”.
Ah, dannati fioretti!” pensai immediatamente guardando mia madre alla disperata ricerca di un appiglio, di un aiuto o di una salvezza che non sarebbero giunti neppure se li avessi aspettati in eterno.
Anche lei mi spronò al gesto, unendosi alla richiesta di mio padre.
E così, nel bel mezzo di quella mattina afosa e assolata e di un’estate che fino a quel momento non era stata né buona né cattiva ma semplicemente “normale”, persi la mia amata borsetta rosa.
Di ciò che successe dopo non ricordo più nulla, solo le lacrime che mi riempirono gli occhi e che la mia vergogna ed il mio orgoglio ferito bloccarono immediatamente, perché non sarebbe stato bello piangere là di fronte a sconosciuti.
Per anni portai il rancore per la perdita di quell’effimero accessorio e quando ormai entrata alle scuole medie lo spiattellai in faccia ai miei genitori durante un pranzo domenicale, vidi  stupore e sbigottimento nei loro occhi.
Non credo che se lo aspettassero, in fondo non avevo mai detto nulla in tutti quegli anni, ero stata brava a nascondere la mia tristezza e la mia delusione.
Mi spiegarono così il significato di quel gesto con parole nuove e più importanti che ora ero in grado di recepire e lì terminò definitivamente il mio rancore nei loro confronti, tuttavia nel cuore portai sempre il ricordo di quella che nella mia testa di bambina era stata una orribile mattinata.
Oggi, a 35 anni, con una famiglia mia e una testa completamente diversa da allora, capita ogni tanto che ripensi a lei, soprattutto quando le mie figlie scalpitano e implorano per avere l’ultimo gioco alla moda o quando si contendono le loro cinque o sei borsette.
Sara con i capelli scuri e la frangetta, Sara esile esile come un giovane arbusto già piegato dalle intemperie della vita.
Sara e la mia borsetta rosa.
Spero che le abbia tenuto buona compagnia in quegli anni, che non gliel’abbia portata via nessuna delle sue sfortunate compagne di affido e che dentro vi abbia potuto mettere tutti i suoi segreti, proprio come fa mia figlia adesso.
E spero che da quel momento in poi siano stati solo bei segreti, di quelli da confidare alle amiche in un momento speciale, di quelli da portare per sempre nel proprio cuore.
Ah quante borsette le regalerei adesso se potessi!
E quante patatine le offrirei, e poi pizza e coca cola e dolci e cioccolato e caramelle…
E giocherei assieme a lei in cortile e dopo le pettinerei i capelli, sì, proprio come faccio con le mie bambine.
Le farei una bella treccia bloccandogliela con un nastro rosa, come rosa dovrebbe essere sempre la vita di ogni bambino. Ma non sempre è così.
E la porterei al mare con me, la coccolerei e le direi che tutti i suoi problemi sono solo un brutto ricordo, che i suoi genitori sono brave persone, che non si sono mai drogati e che non l’hanno mai picchiata.
Che si sono assentati solo per un breve periodo ma che ritorneranno presto da lei per donarle tutto l’amore del mondo.
Che la vita è bella nonostante tutto e che quando si cresce si riesce sempre a superare tutto il dolore che ci è stato inflitto, bisogna solo avere la fortuna di trovare sulla strada qualche anima buona che ci ami senza volere nulla in cambio, se non il nostro stesso amore.
Chissà se le ha trovate Sara le sue anime buone, chissà quanto è rimasta dalle suore e chissà cosa ne è stato dei suoi genitori e del loro rapporto.
Cosa starà facendo adesso?” mi chiedo, mentre i polpastrelli delle mie dita continuano a volare su e giù per la tastiera del mio computer.
Ce l’avrà un computer Sara?
Adesso basta Laura, mi dico.
Rintracciarla è impossibile e ora hai altro a cui pensare.
Le tue figlie stanno per tornare a casa, è ora di pranzo e non hai ancora preparato nulla.
Un messaggio di mio marito sul cellulare mi avvisa che sta arrivando e allora mi decido a terminare questo racconto e a dare un taglio netto alle mie emozioni, che anche questa volta sono state sufficientemente lasciate libere di svolazzare qua e là tra pensieri e parole.
Salvo tutto e spengo il pc, pronta a fare il mio dovere di moglie e di madre.
Credo che anch’io permetterò alle mie figlie di fare un’esperienza del genere quando saranno un po’ più grandi (borsetta a parte).
Loro, che non sapranno mai in prima persona cos’è una casa famiglia, potranno però vedere e tastare con mano altre e tristi realtà per diventare forse più consapevoli della propria vita e per imparare a dare meno per scontato tutto ciò che hanno.
Come dovremmo fare tutti noi almeno una volta nella vita.

 

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