Gli occhi del Sulcis-Iglesiente: La vita al tempo delle miniere

La bellezza del Sulcis-Iglesiente è rappresentata non solo dalla natura ma anche dalle sue miniere, retaggio del tempo che fu

La signora Assunta mi accoglie a braccia aperte e con un’energia disarmante, mi bacia entrambe le guance dopo essersi sollevata dalla grande poltrona sulla quale era seduta fino a qualche secondo prima del mio arrivo, sostenuta dalle mani della figlia che se ne prende amorevolmente cura proprio come a suo tempo la madre fece con lei, perché si sa, a volte la storia si ripete e spesso al contrario.
Mi fa accomodare sul grande divano, gli occhi mi cadono subito su una piccola cuccia di tessuto posta al suo fianco dentro la quale è accovacciato un bellissimo gatto grigio dal muso elegante, dalle grosse zampe e dallo sguardo vispo e intelligente che mi osserva incuriosito e spaventato allo stesso tempo, i muscoli del corpo pronti a scattare per trovare una via di fuga al minimo movimento, perciò mi  guardo bene dall’accarezzarlo nonostante la tentazione di lisciare quel pelo lucente sia molto forte.
Il sonoro e quasi fastidioso abbaiare del loro cane, che sembra farla da padrone in quel luminoso salone, un po’ mi urta nonostante sia da sempre una grandissima amante dei quattro zampe, tuttavia il fastidio è dato solo dall’occasione particolare: sono consapevole di avere bisogno di pace e tranquillità per prendere gli appunti che mi aiuteranno in seguito a scrivere il mio nuovo racconto.
Nonostante i richiami della sua padrona, la cagnolina insiste nel tentativo di saltarmi in grembo e di leccarmi dappertutto, così inizio fortemente a sperare che le due signore riescano a zittirla almeno per un po’.
Finalmente afferra un osso e inizia a morderlo e a sgranocchiarlo ansimando rumorosamente, deve essere vecchiotta, presumo dai ciuffi di pelo ormai divenuti grigi e sparsi qua e là e dai baffi quasi totalmente bianchi.
La malattia non ci permette più di sgridarla come un tempo” mi dice con tono di scuse la figlia dell’arzilla novantenne.
Così, tiro fuori il mio quaderno per gli appunti, desiderosa di dare il più presto possibile alla mia forte immaginazione il suo alimento preferito, iniziando quel viaggio indietro nel tempo che so già sarà in grado di farla galoppare velocemente, facendomi “vivere” giorni, momenti, cose e persone come non mi sarebbe possibile fare altrimenti.
Con la penna in mano osservo l’attempata signora.
Il dolce ovale del viso è incorniciato da capelli bianchi come la neve, ha dei bellissimi occhi chiari e nonostante l’ingobbimento dovuto all’età, noto che è abbastanza alta per essere una donna sarda nata novant’anni anni fa.
Tiene le mani incrociate in grembo e noto che le sue dita hanno perso l’originaria linea diritta deformandosi qua e là, fortemente deturpate da ciò che si rivela essere artrite reumatoide.
Indossa un dolcevita color crema, un filo di perle le cinge il collo e alle orecchie porta un paio di orecchini abbinati che riescono ad illuminare ancora di più la sua già chiarissima carnagione.
Il volto è attraversato da migliaia di piccoli, lunghi e profondi solchi, segno del tempo trascorso e forse come dice il proverbio, delle emozioni e dei dispiaceri vissuti durante la sua vita.
La sua voce forte inizia lentamente il racconto di ciò che fu.
Correva l’anno 1931, avevo sette anni e mia sorella Anna, minore di quattro anni, ne aveva tre.
La seconda guerra mondiale non era ancora iniziata e nulla in quel periodo avrebbe mai potuto farci neanche lontanamente immaginare ciò che sarebbe successo qualche anno dopo.
E’ ancora impressa dentro me la grande paura che ci attanagliava il cuore in ogni istante… Il rumore degli aerei che volavano sopra la nostra testa pronti a compiere ciò per cui erano stati creati, pronti a sganciare bombe mortali, a devastare la nostra terra, le nostre case e a mietere vittime innocenti delle quali adesso resta solo il ricordo e fredde lapidi in ogni cimitero.
I bombardamenti, quelli, non potrò mai dimenticarli, il timore di morire era ogni volta più forte e ognuno lo abbracciava come meglio poteva.
Ognuno col suo carattere, ognuno con la voglia di continuare a vivere ed era proprio quella che ci faceva andare avanti giorno dopo giorno, notte dopo notte”.
La digressione sulla guerra non mi disturba affatto, nonostante nella frazione di un secondo ci abbia fatto saltare in là di ben otto anni rispetto al periodo che avrebbe dovuto essere oggetto della nostra chiacchierata.
Le rivolgo un triste sorriso riflettendo sul fatto che spesso nemmeno la consapevolezza delle guerre passate, che hanno bersagliato il nostro Paese e che noi “giovani” non abbiamo vissuto, è in grado di farci apprezzare ancora di più i piccoli piaceri della vita.
A quel tempo” prosegue, “quando era ancora una bambina, a mio padre Antonio Saliu, uomo buono e onesto, venne affidato un incarico di rilievo dal proprietario della miniera di Candiazzus, nella zona del Sulcis-Iglesiente.
Iniziò perciò ad occuparsi del controllo e della direzione tecnica di questo giacimento minerario in mezzo ai monti tra Iglesias e Fluminimaggiore“.
(N.B.   A quell’epoca la conditio sine qua non per ottenere dal Regno Sabaudo la concessione dell’apertura di una miniera era possedere un capitale societario di almeno 600 mila lire.
Nel 1848, la legge mineraria del Piemonte che era stata estesa alla Sardegna sanciva inoltre la distinzione della proprietà del suolo da quella del sottosuolo autorizzando lo sfruttamento di quest’ultima “per concessione sovrana”, quindi anche senza il reale consenso dei proprietari del terreno (ai quali spettava comunque un risarcimento) e fatto salvo l’esercizio del diritto di prelazione da parte del titolare del fondo.
Tale estensione favorì l’arrivo sull’isola di molti imprenditori.
Questi ultimi si portavano appresso dalla penisola o addirittura dall’estero tecnici specializzati a cui affidavano incarichi di prestigio nelle miniere, mentre ai sardi, spesso umili contadini che non avevano potuto studiare, non rimaneva che svolgere il più umile compito del minatore).
Papà si occupava di tante cose, della messa in sicurezza delle officine, del buon funzionamento delle laverie in cui le donne, mogli dei minatori ma anche ragazze e bambine fluminesi con un disperato bisogno di lavorare, si occupavano di lavare tutto il materiale estratto.

Candiazzus vista dall’alto (Foto Cinzia Olias)

Scrivilo, scrivilo delle donne fluminesi…” mi incalza la mia interlocutrice.
Loro hanno il diritto di essere ricordate, sai quanto contribuirono allo sviluppo delle miniere? Esattamente quanto gli uomini!
Eppure, quando mi capita di ascoltare racconti sulla storia mineraria, la loro presenza viene solo accennata e spesso ignorata.
Quelle poverette spesso ci rimettevano la salute e a volte anche la vita, e sì che i minatori morivano di silicosi ma anche le donne avevano i loro guai!

Castello metallico del Pozzo Paris (Foto Cinzia Olias)

Quando scoppiò la guerra e dalle miniere ci strapparono gli uomini più validi, chi rimase per mantenerle vive e attive? Proprio loro, assieme ai ragazzini!
Ricordo in particolar modo le cernitrici…
Fortunatamente lavoravano fuori dalla miniera ma questo non bastava ad evitare che contraessero malattie, perché quando frantumavano la pietra in modo da separare la parte vuota dal minerale vero e proprio lo facevano a mani nude, poverette.
Qualcuna usava degli stracci a mo’ di protezione ma niente serviva contro i tagli di cui puntualmente e inesorabilmente si riempivano tutte le mani.
E allora le sostanze nocive dei minerali venivano assorbite dal loro corpo e ciò poteva provocare in alcune di loro, a volte in stato interessante, anche un aborto spontaneo”.
Gli occhi di Assunta sono commossi, volge la testa altrove nel tentativo di non farmelo notare e il suo sguardo si perde oltre il grande vetro della portafinestra di fronte a noi, battuto dal forte maestrale che questi giorni sta imperversando su Cagliari.
La mia mente vola e pensa ai minatori, a quegli uomini costretti ad un lavoro durissimo dentro alle viscere di una terra buia, umida e senza aria, penso a quanto desiderio avrebbero avuto durante le massacranti giornate trascorse sotto terra, anche solo di un decimo di un vento del genere, anche solo di una boccata d’ossigeno in più che avrebbe restituito loro un po’ di respiro.
Quello del minatore è un mestiere ancora attuale e riesce a sostenere numerosi nuclei familiari e oggi il mio pensiero non può non andare a quelle cinquanta famiglie e più che purtroppo proprio questi giorni stanno affrontando il dramma della perdita del lavoro, a causa della decisione presa dalla società greca S&B Industrial Minerals proprietaria della miniera di bauxite di Olmedo (Sassari), di arrestare l’attività estrattiva.
Forno di calcinazione della calamina

Forno di calcinazione della calamina (Foto Cinzia Olias)

Dopo una piccola pausa il racconto di Assunta prosegue facendosi più personale e per un attimo si inserisce anche la figlia sessantenne che ricorda che il nonno, Antonio Saliu, era anche un grande artista meccanico, che sapeva creare dal nulla degli oggetti stupendi, perfino un barattolo di latta della conserva riusciva a diventare un lettino, una piccola sedia o una teiera per offrire il tè alle sue amate bambole.
Abilità d’altri tempi” dico.
Si ricorda le sue coccole e i giochi fatti assieme in quel di Masua dove si erano trasferiti quando era piccolina, mi parla anche dei bagni fatti col fratellino durante la stagione estiva, quando ancora quella costa era intatta e selvaggia.
Il suo sorriso è intriso di nostalgia ma anche di affettuoso orgoglio quando mi dice che le ragazzine del posto e i pochi turisti di allora erano molto attratti dagli spettacolari e pericolosi tuffi che il fratello maggiore faceva buttandosi da uno scoglio altissimo alla tenerissima età di quattro o cinque anni.
La signora Assunta sospira ascoltando i ricordi della figlia minore ed io le chiedo di procedere di nuovo a ritroso e di parlarmi meglio del lavoro che si sviluppava dentro e fuori dalle miniere del Sulcis-Iglesiente.
Is Carradoris, gli uomini che si occupavano di trasportare il minerale fino a Portixeddu su carri trainati da cavalli o da buoi, avevano un angusto compito e molto timore di non uscir vivi da quel viaggio perchè le strade di montagna a quel tempo non erano sicure… Bastava uno sbandamento, una frana e tutto sarebbe stato perso, il carico e la loro vita prima di tutto.
Una volta giunti a Portixeddu -mi raccontava mio padre quando da bambina mi faceva sedere sulle sue ginocchia, nel nostro appuntamento serale di coccole e resoconti di giornata-  si faceva la pesa del materiale ed ogni società aveva un posto riservato al suo minerale.
Da lì i battellieri trasportavano gli immensi e pesantissimi carichi a Carloforte, questi una volta giunti nell’isola di San Pietro dovevano essere scaricati e poi sistemati sulle navi dirette in Liguria o in Francia, dove c’erano le fonderie nelle quali venivano finalmente fusi i minerali per ricavare piombo, zinco o ferro. Hai visto che strada lunga?” esclama Assunta.
Io sono sinceramente sbalordita, penso: “Come facevo a non conoscere queste storie sulla mia terra?”.
Assorta nei miei pensieri, la lascio proseguire.
Il villaggio in cui vivevo si trova a ridosso della strada statale 126 che collega Iglesias a Fluminimaggiore ed era dotato di una scuola elementare, di una infermeria e di uno spaccio.
Non passava giorno in cui i bambini del villaggio non percorressero da soli su per la montagna il sentiero che portava alla scuola, perché sai… Allora nessuno si sarebbe sognato di accompagnarli!
La mentalità era completamente diversa rispetto ad oggi, noi bambini contavamo meno di tutti all’interno della famiglia, non nel senso che non ci volessero bene eh…” chiarisce Assunta dando un paio di colpi di tosse.
Nel senso che dovevamo imparare molto presto a badare da soli a noi stessi o perlomeno a fare tutte quelle piccole cose che le nostre gambe e le nostre braccia ci consentivano di fare.
I miei genitori non potevano sprecare il loro tempo ad accompagnarmi a scuola, era mio dovere andarci da sola” mi racconta con orgoglio la signora Assunta.

Ruderi sulla montagna: forse la scuola e la cantina-spaccio del villaggio

E quante volte alla fine dell’orario scolastico ritornavo a casa con le mani tutte nere!
A quel tempo si scriveva con i pennini e con l’inchiostro e non c’era volta che qualche chiazza non finisse sul quaderno o sulle nostre dita…  Allora dovevamo tentare di tamponare con la carta assorbente, qualche volta anche con il borotalco.
Ricordo che il mio pennino si spuntava in continuazione e dato che non ero in grado di affilarlo con l’osso di seppia, per rimediare mi portavo appresso diversi pennini di ricambio.
Li infilavo assieme a tutto il resto in una borsa molto bella a forma di valigetta che mi aveva regalato nonno Gerolamo una domenica che eravamo andati a pranzo da lui e dalla nonna a Buggerru.
La sera poi, Anna ed io ci riunivamo con gli altri bambini per giocare con la fune, con la palla, con i bichi (piccoli sassi da appoggiare in terra: il gioco consisteva nel raccoglierli uno ad uno con la mano tenendoli nel pugno senza farli cadere, alla fine vinceva chi riusciva a raccoglierne di più dentro al pugno), con il cerchio”.
A questo punto la interrompo per chiederle quali favole le venissero lette prima di prender sonno, venendo però subito delusa:
A casa nostra non ce ne raccontavano, mia sorella ed io avevamo però un rito della buonanotte: la preghiera all’Angelo non mancava mai prima di chiudere gli occhi” e qui inizia a recitare proprio come una bambina quei versi dal sapore antico, suscitando in me una tenerezza incredibile:
Angioletto del mio Dio
che stai vicino a me,
sei l’angelo del Signore,
sei l’amico del mio cuore.
Il Signore sia benedetto
perchè raccoglie sotto al tetto
la famiglia affaticata.
Il Signore apre la via
Buonanotte e Ave Maria.
Proteggi mamma e babbo”.
Ora come ora, penso, quanti bambini concluderebbero una preghierina rivolgendo l’ultimo pensiero ai genitori?
La trovo una meravigliosa assenza di egoismo, anche le mie figlie pur adorandomi e ripetendomi decine di volte che mi vogliono bene, non hanno un pensiero così bello a fine giornata ma sono ancora piccole e forse, mi dico, è solo perché sono io a non averle abituate così, sta a me recuperare una buona abitudine del passato come questa.
Chiedo ad Assunta di raccontarmi qualcos’altro, così lei prosegue nel fiume dei suoi ricordi:
Mio padre aveva avuto la possibilità di trasferirsi in una casa sulla collina nei pressi delle officine proprio lì a Candiazzus, in questo modo evitava di viaggiare, noi bambine infatti eravamo molto piccole e ciò gli consentiva di stare più vicino a noi e alla mamma.
Oltre alla nostra c’erano altre sei o sette famiglie ma la maggior parte dei lavoratori era costretta a viaggiare tutti i giorni.
Ricordo un inverno particolarmente rigido, era il 1934, la mamma fece indossare a me e a mia sorella, nel frattempo entrata in prima elementare, degli eleganti cappellini di feltro adornati da un nastro in taffetà che si abbinavano alla perfezione ai nostri grembiulini neri”.
Poi mi dice allungandomi una vecchia foto in bianco e nero parecchio rovinata. “Non era bellissima la

Assunta e Anna in una foto che porta i segni del tempo

mia sorellina?”.
Io le rispondo di sì e i miei occhi si addolciscono non appena incontrano l’immagine di Assunta da bambina.
Finalmente riesco ad immaginarla con le giuste sembianze mentre gioca tra i monti con i suoi amichetti e con sua sorella.
Ero così contenta di fare la strada assieme a lei! Avevamo anche due cappotti uguali, erano caldi ed eleganti e ci proteggevano dal pungente e gelido vento che incontravamo salendo su per la montagna.
I nostri compagni di scuola allora ci lanciavano certi sguardi!
Ammiravano la nostra eleganza e forse ce la invidiavano anche un po’… Sa, non tutti potevano permettersi un abbigliamento di quel genere…”.
Ricorda ancora i nomi dei suoi compagni Assunta, e inizia a citarne qualcuno: Dina, Mondiccu, Luigino…
“A quel tempo tuttavia non “fiara cummenti immoi” prosegue la signora Assunta in sardo.
“Mamma e papà ci insegnavano a non dar peso alle differenze sociali o economiche delle famiglie che vivevano con noi.
Eravamo tutti amici, ci volevamo bene e se ce n’era bisogno ci si dava una mano.
Quante volte mia mamma avrà prestato i soldi utili per la spesa all’amica che quel mese si trovava in difficoltà!
E poi, come niente, si “dimenticava del prestito” mi dice fiera.
Forse “su dinai” (il denaro) veniva ancora preso in considerazione quando si doveva contrarre matrimonio…
Esistevano ancora i matrimoni combinati”, afferma poi con aria grave.
Se il capofamiglia riteneva che il ragazzo non si meritasse abbastanza sua figlia (in pratica se non proveniva da una famiglia benestante) giammai la concedeva in sposa”, aggiunge Assunta socchiudendo gli occhi, quasi come se l’affermazione le provocasse un certo disagio.
Forse, penso, ritiene che al giorno d’oggi sia imbarazzante ammettere certe pratiche familiari di tempi andati…
Eppure per me l’imbarazzo non sussiste, così decido di rasserenarla:
Il problema è ancora attuale”, le dico, “sa quanti uomini e quante donne mettono a tacere la voce del cuore per dare più peso alla posizione sociale, al mestiere svolto o semplicemente al conto in banca, sposando alla fine chi non amano veramente?
A questo punto le chiedo in che modo suo padre avesse raggiunto la posizione di rilievo che ricopriva nella miniera di Candiazzus, non comune per un sardo di quei tempi ed ecco che lì tutto ad un tratto nella sua espressione irrompe quell’antica fierezza familiare tipica di molte donne della sua età, facendo capolino anche un cipiglio d’orgoglio.
Beh cara mia, mio padre se l’era meritato!
A quei tempi o si era di nobili natali (giacchè solo i nobili potevano permettersi di non lavorare) e non era il nostro caso, oppure ci si doveva rimboccare le maniche e “farsi” da soli e proprio così aveva fatto già prima di mio padre, mio nonno paterno Gerolamo Saliu, già nella seconda metà dell’Ottocento.
Si era buttato nel commercio aprendo diversi spacci di prodotti alimentari lungo tutta la costa sud-occidentale della Sardegna.
Tutti a quel tempo nel Sulcis-Iglesiente conoscevano i Saliu di Buggerru, i miei nonni erano infatti proprietari di molti negozi di alimentari del paese e ne possedevano qualcuno anche sull’isola di San Pietro.
Io e le mie sorelle (nel ‘40 ne nacque una terza, Marcella) eravamo considerate degli ottimi partiti da sposare…”.
Così dopo questa rivelazione, inizio a capire il perché dell’espressione mesta di poco prima, quando mi aveva raccontato del problema dei matrimoni combinati.
Forse anche a lei era accaduto qualcosa del genere, forse anche lei era stata costretta a sposare chi non avrebbe voluto…
Ma le mie sono solo supposizioni e non me la sento di scavare così a fondo nella vita di questa donna che mi pare abbia molto più pudore di un centinaio di chiassose adolescenti dei giorni nostri.
Tempi diversi, educazione diversa, ne deduco.
Le mani di Assunta ora si accarezzano delicatamente la gonna, l’espressione dei suoi occhi ritorna a perdersi in un passato fatto probabilmente di dolcezza e amarezza al tempo stesso, di antiche usanze fusesi nel corso degli anni con nuovi riti moderni.
“Mio padre aveva davanti a sé tantissime strade, la sua condizione di agiatezza economica gli consentiva diverse possibilità ma come spesso accade”, anche ai giorni nostri aggiungo io, “non fremeva dalla voglia di prendere in mano l’attività familiare, non ne voleva sapere di chiudersi dentro alle quattro mura di un negozio. Ma non aveva voglia nemmeno di studiare! Allora mio nonno, che invece teneva molto al fatto che il figlio avesse un’istruzione, lo spedì senza tanti convenevoli sulla penisola.
E fu così che si ritrovò a Genova e lì si stabilì, portando a termine degli studi che certamente pochi tra i suoi compaesani avrebbero potuto permettersi.
Fu per questo motivo che il proprietario della miniera nonostante avesse già con sé un ingegnere venuto dalla penisola, volle anche babbo nella squadra per la direzione e il controllo tecnico della miniera.
Era il candidato ideale: aveva un titolo di studio adeguato, era diventato un instancabile lavoratore e per giunta era sardo”.
Insomma, penso, il nonno di Assunta fece quello che ancora adesso si usa fare.
Mandare i propri figli a studiare in altre città è molto in voga ai nostri tempi e a quanto pare era quindi una pratica comune tra le famiglie agiate anche a quell’epoca.
Tuttavia molto sinceramente non avrei mai pensato potesse avere delle radici storiche ancorate anche a piccole realtà sarde di inizio secolo scorso, come poteva essere quella di Buggerru, chiamata anche “La petite Paris”, la piccola Parigi, grazie al fatto che i tecnici e i dirigenti minerari francesi trasferitisi lì, portarono con sé anche il loro modo di vivere.
“Avevamo una bella casa, mamma l’aveva arredata personalmente e con gusto e siccome era una donna molto severa, si arrabbiava quando io e mia sorella Anna ci mettevamo a pasticciare i nostri lettini di bambine, seguendo con la mina delle matite le linee create dagli intarsi sulla testata di legno dei letti.
Io avevo un lettino bianco con gli intarsi celesti e Anna invece ce l’aveva celeste intarsiato di bianco. Così non si litigava mai.
Quegli anni poi, dato che la nostra casa era la più grande e confortevole del villaggio, il papà e la mamma decisero di dare alloggio anche alla nuova maestra appena arrivata, che restò così a pensione da noi fino al nostro successivo trasferimento in città, avvenuto quando la miniera di Candiazzus fu chiusa.
Aveva la sua stanza e la sua personale toeletta e mangiava sempre assieme a noi.
Fu una buona maestra la Garalli, ricordo ancora con affetto il suo viso gentile, i suoi lunghissimi capelli scuri e la magrezza del suo corpo.
La mamma trovava che fosse troppo esile e allora la faceva mangiare il doppio di noi nella speranza che potesse metter su qualche chilo!”.
Interrompo il fiume di pensieri e parole di Assunta per chiederle se questa loro ospitalità avesse significato anche trattamento privilegiato a loro favore rispetto agli altri bimbi del villaggio ma vengo immediatamente bloccata:
“Ma quando mai, nossignora! Nessun favoritismo, che queste sono pratiche di oggi…
La Garalli non faceva preferenze, per lei eravamo tutti uguali, ci voleva bene e ci trattava allo stesso modo.
E poi che belle le vacanze invernali!
Un anno la Befana, che chiamavamo Befana del Duce, mi portò un dono veramente bellissimo”.
(N.B. La “Befana fascista” fu istituita nel 1928 e fu l’istituzionalizzazione di una consuetudine che già esisteva in Italia dagli inizi del Novecento che consisteva nel distribuire i “pacchi della Befana” alle famiglie indigenti da parte di molte categorie commerciali e professionali, contenenti pane, generi alimentari di prima necessità, zucchero, caffè, giocattoli.
In verità, dunque, non fu una cosa nuova, ma il recepimento e la pianificazione su scala nazionale da parte del Partito Nazionale Fascista di iniziative spontanee già esistenti.
Dal 1934 la “Befana fascista” diventò “Befana del Duce”).
“Anna ed io sapevamo che la Befana sarebbe passata di notte e allora la sera prima, noi che avevamo il camino e potevamo metterci dentro le calze, le lasciammo là e andammo nelle nostre stanze a dormire.
Ma chi dormì in verità quella notte?
Non so perché ma avevo molta paura, la Befana portava regali ai bambini che avevano fatto da bravi ma rimaneva pur sempre una strega!
L’indomani mattina con mia mamma feci finta di essermi appena alzata dal letto e di essere fresca come una rosa ma in realtà ero distrutta a causa della trascorsa notte insonne.
Se però le avessi rivelato di non aver chiuso occhio mi avrebbe sicuramente sgridato e dato una bella punizione!
Dentro alla calza trovai una giraffa giocattolo tutta gialla con le strisce marroni ed era così bella che ancora adesso se mi concentro e chiudo gli occhi, riesco a sentire il profumo della plastica profumata alla vaniglia.
Quello fu per me il più bel giocattolo ricevuto quell’anno e riceverlo mi procurò una gioia immensa.
In primavera poi, mia madre ci permetteva di accompagnarla alla cantina del villaggio che era posta proprio a fianco alla scuola e quando capitava che gli acquisti la trattenessero troppo a lungo lì dentro, quanti giochi assieme a mia sorellina!
Anna ed io scappavamo fuori a giocare a nascondino, a raccogliere fiori o a cercare i formicai per lasciarci dentro dei pezzettini di pane portati da casa che avevamo nascosto dentro alle tasche”.
Che cosa c’era nella cantina? Si conservavano i vini come si fa adesso?” faccio io, bloccando per un attimo il suo racconto.
Una risata allegra le addolcisce il volto mentre mi spiega meglio:
“Le cantine erano i negozi di proprietà delle stesse miniere in cui gli abitanti del villaggio minerario potevano acquistare i viveri e tutto ciò di cui avevano bisogno e che non era possibile produrre in casa.
E se qualche operaio non poteva pagare subito, allora gli si andava a scontare l’importo dovuto dalla paga a fine mese”.
Assunta osserva la mia espressione stupita e mi sorride.
“Scommetto che non avresti mai potuto immaginarlo”.
“No”,  ammetto candidamente e penso che scoprire tutti questi particolari su quello che fu lo sviluppo della vita attorno alle miniere nel secolo scorso in Sardegna, vita della quale non si sente parlare spesso e il cui ricordo andrebbe forse maggiormente preservato, mi lascia una strana sensazione addosso, quasi come se ancora una volta noi sardi preferissimo ricordare della nostra splendida isola solo ciò che vogliamo e ciò che più ci conviene.
Eppure, la realtà dei villaggi minerari è una realtà che oggigiorno riesce ad attrarre numerosi turisti nella zona del Sulcis-Iglesiente, ripenso alla mia visita a Buggerru, a Nebida, a Masua e alla sensazione che quei luoghi hanno suscitato in me.

Panoramica della foto su cui sorge Buggerru (Foto Cinzia Olias)

Adesso, una volta ascoltato il racconto di una persona che quegli anni li ha vissuti davvero e non solo per sentito dire, che ha respirato l’odore di quella terra “sentendola” veramente sua e calpestandola con rispetto e con timore nella speranza che potesse offrirle una vita migliore, le mie sensazioni piano piano si modificano minuto dopo minuto, diversificandosi.
Dentro ai miei occhi c’è ancora il mare limpido e cristallino che lambisce le coste di Masua, nella meravigliosa costa sud-occidentale della Sardegna.
Vedo i ruderi del suo sito minerario, il panorama sulla costa in tutta la sua interezza, le insenature, le piscine naturali, le spiagge, il faraglione di Pan di Zucchero perso in mezzo al mare…
E poi i ruderi di Candiazzus, il cui ricordo adesso mi interessa in particolar modo.
I siti minerari sono dotati spesso di una magia tutta loro, difficile da spiegare a parole se non ci si reca
Porto Flavia

Porto Flavia

personalmente.
Io ho avuto come la sensazione di stare dentro ad una bolla, l’aria ferma, i rumori provenienti dall’esterno come ovattati e poi il silenzio quasi spettrale delle gallerie tutto attorno a sé… E una volta fuori il rilassante frinire delle cicale e il sole cocente che mi brucia le braccia.
Oggi quei mattoni e quelle costruzioni sono la più grande testimonianza di una vita interrotta che tuttavia pare non interessare più a nessuno, se non il tempo di una fugace visita in veste di turisti, proprio come accade alla laveria di Porto Flavia, ardita opera ingegneristica con la sua galleria sul mare, unica nel suo genere.
Potrei definire lo splendore della natura che circonda i ruderi, quasi surreale se affiancato ai resti di ciò che fu la vita per gli abitanti del luogo e se letto assieme alla consapevolezza di ciò che quella terra, oggi considerata quasi unicamente per la sua bellezza e sfruttata per il turismo, rappresentò per centinaia di famiglie sarde.
I resti di una vita dura e difficile, fatta di sacrifici e di schiene spezzate, penso tra me e me.
Porto Flavia e sullo sfondo l'isolotto di Pan di zucchero

Porto Flavia e sullo sfondo l’isolotto di Pan di zucchero

Altro che tempo per andare a mangiarsi una pizza o per bersi un bicchiere di vino in compagnia degli amici.
Altro che tempo per godersi i tramonti da cartolina guardando verso il Pan di Zucchero in una sera d’estate o per ammirare il cielo stellato in una notte di festa.
Assunta le guardava le stelle certe notti, mi ha confidato.
Quelle notti in cui la sorellina non riusciva a prendere sonno.
Le guardava dopo essere uscita da casa di nascosto e con in mano una lucerna, nella speranza che quella boccata d’aria fresca che odorava di mirto, di corbezzolo e di biancospino potesse cullare Anna e accompagnarla dolcemente tra i sogni più belli.
E quando ammirava le stelle assieme alla sorellina si sentiva importante per lei e libera e felice e non le importava più nulla del castigo che sarebbe giunto da quella madre così severa e autoritaria che spesso la faceva piangere ma dalla quale tuttavia riceveva un amore sincero e incondizionato come solo quello di una madre, pur con tutti i suoi difetti, sa essere.
Maria Antonietta costituiva il fulcro stesso della loro famiglia, proprio lei che di lì a qualche anno sarebbe volata in cielo, strappata alle braccia del marito e delle figlie nel peggiore dei modi, senza che nulla potesse far presagire loro una disgrazia del genere.
Un incidente in calesse, un ribaltamento.
Una ruota le finì addosso schiacciandole il petto, così una lenta agonia fatta di impotenza, dolore e
Maria Antonietta Lorai, madre di Assunta, Anna e Marcella

Maria Antonietta Lorai, madre di Assunta, Anna e Marcella

disperazione si impadronì della giovane donna, moglie e madre di tre bambine e a nulla servirono le cure dei migliori medici.
Questo, mi confida Assunta, è il suo più triste ricordo, quello che non tira mai fuori dal cassetto della memoria, quello a cui cerca di non pensare, anche se oggi a quanto pare sta facendo un’eccezione solo per me.
E allora dato che glielo devo, provo ad immaginare cosa dovette significare per lei perdere a soli 11 anni e per di più a quei tempi, una figura di riferimento così importante, se non la più importante…
Una figura senza la quale la sua vita, cito testualmente le sue parole:
“Non sarebbe stata mai più la stessa dal momento della sua scomparsa.
Perché la nostra famiglia iniziò lentamente ad andare alla deriva e mio padre seppur buono e caro con noi, non riuscì a prendersi cura di tutte e tre e fu così costretto a prendere l’amara decisione di separarci.
E le nostre vite presero per sempre strade diverse.
Ciò nonostante, il bene che ci siamo volute non è mai cambiato, quello no. Anche se la vita è stata crudele con noi”.
Sono colmi di lacrime gli occhi di Assunta ed una di loro, la più grande e la più coraggiosa tra tutte, riesce silenziosamente a farsi strada sulla sua guancia prima che lei velocemente la asciughi col dorso della mano.
Poi abbassa il viso guardando mestamente in basso, penso che è proprio bella e che vorrei arrivare alla sua età con una valanga di vita sulle spalle così pesante come la sua, riuscendo a sorreggerla addosso senza mostrarne il peso, esattamente come fa lei.
Capisco che è provata e che la nostra chiacchierata è finita.
Ringrazio e saluto le due donne e mentre mi accingo ad andare via, ormai quasi sulla porta d’ingresso non resisto all’impulso, mi giro e fissandola negli occhi, quegli stupendi occhi del Sulcis-Iglesiente, la abbraccio.
Di sera, una volta a casa, mentre rifletto su come impostare questo racconto, mi fermo ad osservare per un attimo la mia figura riflessa sullo specchio della camera da letto, specchio che ormai da diversi anni a questa parte ho quasi totalmente “abbandonato”.
E così anche quello che da adolescente era “il mio vizio migliore”, la vanità,  ha ceduto il passo con l’arrivo della maturità a ben più importanti impegni, fino ad arrivare a quelli genitoriali che oggi mi concedono veramente poco respiro.
La portata delle cose da fare è considerevolmente aumentata e la presenza quasi costante delle bambine in casa fa sì che io, giustamente e di buon grado, mi occupi di loro e di tutto quello che rotea attorno ai miei due inarrestabili uragani.
Tuttavia, quando per via di qualche caso fortuito mi accorgo di avere 5 minuti in più del previsto (soprattutto il pomeriggio o la notte quando le piccole sono tra le braccia di Morfeo), capita che i miei occhi, proprio come sto facendo adesso, si osservino attentamente allo specchio, scrutandosi alla ricerca di nuove o di vecchie rughe delle quali vado comunque gioiosamente fiera nonostante regalino al mio viso un’espressione non più fresca come quella di una volta.
Ed è proprio in quei momenti “rubati” alla vita familiare, che mi succede.
Inconsapevolmente e involontariamente ecco che la memoria di ciò che fu un tempo, mi assale come una tempesta rovesciando la mia barca in mezzo al mare e togliendomi qualsiasi possibilità di opporre resistenza.
Penso a quanto ancora potrei vedere e scoprire se solo avessi il potere di proiettarmi indietro nel tempo, di catapultarmi nel passato.
Guardo il taglio dei miei occhi, la loro espressione, consapevole del fatto che in essi risiede un miscuglio di varie origini.
E così sento il fresco profumo delle arance di Ribera e assaporo la stucchevole dolcezza della frutta Martorana, prelibatezze siciliane che portano il mio cognome.
Riconosco la tipica introversione e ritrosia molto comuni tra i bergamaschi, retaggio di mio nonno materno, ed infine il mio sguardo ritrova in se stesso qualcosa di molto più intenso e prepotente che cerca di farsi spazio con forza in mezzo a tutte le altre derivazioni.
E ritrovo un’espressione conosciuta, un’espressione vista e rivista migliaia di volte sulla quale forse non mi sono mai soffermata più di tanto.
Ripenso alla signora Assunta Saliu, che poi altri non è se non mia nonna materna, ripenso a Gerolamo e a suo figlio Antonio, rispettivamente mio trisavolo e bisnonno e sorrido pensando che sono sangue del loro sangue.
In fondo, mi dico nel silenzio del mio cuore, nel mio piccolo anche i miei occhi sono gli occhi del Sulcis-Iglesiente.
POST SCRIPTUM
Non sarei sincera se dicessi che le notizie che sto leggendo questi giorni sul problema delle scorie radioattive in Sardegna, problema che si ricollega in parte al mio racconto, non mi abbiano provocato una certa apprensione.
Sarà stato che la stesura di questo post mi ha toccato in prima persona, sta di fatto che il problema delle scorie nucleari in Sardegna è invece un problema che non tocca solo me ma tutti i sardi, o perlomeno dovrebbe.
Da quanto leggo, a seguito del convegno sulla tutela dell’ambiente tenutosi qualche giorno fa a Cagliari ed a cui ha partecipato il Ministro dell’Ambiente Galletti, dovremo aspettare il 2016 (ma guarda un po’ che caso fortuito, lasciamo che trascorra tutto il periodo elettorale, va’) per sapere che ne sarà di noi.
Ritengo sia dovere di noi sardi impegnarci per scongiurare l’irrimediabile, non dobbiamo lasciare che la nostra amata terra, ricca di storia, di cultura e di bellezza venga ancora una volta utilizzata come cestino dei rifiuti dello Stato centrale, non dobbiamo consentire la sopravvivenza di quel colonialismo che purtroppo e da sempre caratterizza la nostra realtà isolana.
La Sardegna non può diventare un deposito unico nazionale e del Mediterraneo dei rifiuti radioattivi.
Non può e non deve.
Leggo del progetto di un mega inceneritore a Tossillo (Macomer) ma anche della denuncia di qualche mese fa del leader del movimento indipendentista Meris, Salvatore Doddore Meloni, il quale sostiene che le scorie sarebbero già presenti a nostra insaputa all’interno delle miniere nella zona di Arbus e Guspini e porta a sostegno della propria tesi l’inspiegabile presenza di militari che presidiano il loro ingresso.
Io non so dove stia la verità e mi limito a riportare i fatti appresi dagli articoli letti ( link al termine di questo mio post scriptum) ma sicuramente mi piacerebbe avere il dono dell’invisibilità e scendere in quelle gallerie a controllare di persona la situazione.
E poi come al solito non riesco a tenere a freno la mia immaginazione.
Così ecco che mi appare uno Stato in giacca e cravatta, un omone calvo, basso e grasso con un sigaro in bocca e con in mano un bicchiere di cognac.
L’altra mano appoggiata ad una ringhiera, di fronte a lui uno spettacolare scenario fatto di profumata macchia mediterranea, di calde acque cristalline e di spiagge dorate, il riverbero del sole sul mare che ogni tanto lo costringe a ripararsi gli occhi.
Fuma e beve, tutto ad un tratto con una mano si tocca la pancia gonfia e sfila l’orologio dal panciotto (giacchè solo quello gli è rimasto dell’eleganza di un tempo) e guarda che ora si è fatta.
“Ecco, è giunto il momento” pensa.
Il momento di fottere di nuovo i sardi, sembra dire il sorrisetto subdolo e viscido che inizia ad abbozzarsi sulle sue labbra.
Poi quell’uomo si gira e all’improvviso con un cenno del capo dà l’ok ai suoi uomini, a quei burattini che sono lì con lui per un preciso motivo.
“Presto, facciamo presto che ho fretta di tornare a casa!” dice l’uomo.
Così, al suo cenno una valanga di proporzioni incredibili invade ogni galleria mineraria del Sulcis.
Come la lava incandescente di un vulcano in eruzione scivola veloce, inesorabile, di una morbidezza fasulla, senza lasciare più vita dietro sé.
Brucia e consuma tutto, consuma parte della nostra storia, della nostra cultura, delle nostre vite.
I morti si rivolteranno nelle tombe, penso, facendo riferimento a tutti coloro che nelle miniere hanno perso la vita, a coloro che le hanno rese un pezzo della nostra storia ma anche a chi grazie ad esse riesce ancora oggi a campare.
E se invece al posto delle miniere si ponesse il problema della costruzione di un megainceneritore?
Il discorso non cambia mica, no no.
Chi vorrà più venire in un’isola piena di rifiuti radioattivi che siano essi intatti o bruciati?
Rifacendomi alle parole lette in uno dei tanti articoli in questione, rispondo alle motivazioni che pare stiano portando lo Stato a scegliere proprio noi come cassonetto radioattivo:
-La Sardegna non è zona sismica.
“Quindi buon per noi, non abbiamo il problema terremoti ma non è mica una lacuna da colmare eh, che bisogno c’è di appiopparci un altro problema e per giunta più pericoloso?! “.
-La densità di popolazione non è molto alta.
“Ancora meglio per noi ma non è certo una scusa per consentire morti future che la ridurranno ancora di più”.
-Lo Stato spenderebbe di meno perché le gallerie delle miniere sono già belle che pronte.
“E perché lo Stato invece di risparmiare alle spalle dei Sardi non lo fa là dove invece continua a spendere e a spandere senza senso?”.
Credo perciò che quel signore in giacca e cravatta meriterebbe di finirci lui dentro alla miniera assieme a tutto quello schifo, oppure dentro all’inceneritore, e allora sì che capirebbe.
Capirebbe che non si può giocare così con la vita delle persone e con un territorio che andrebbe invece valorizzato e sostenuto, non sfruttato e maneggiato come cerca di fare.
Dobbiamo far sentire ancora di più la nostra voce rispetto a quanto abbiamo già fatto col referendum del 2011.
Non siamo pezze da piedi dello Stato centrale e se mai dovessimo diventarle, abbiamo una vaga idea dei danni che ne deriverebbero?
E non si parla infatti solo di un danno all’immagine della Sardegna, ambita meta turistica e paradiso del Mediterraneo.
Nè solo di un danno economico o di un danno all’ambiente.
Qui si tratta di un danno ben più grave, di un danno alla salute e al cuore stesso dei Sardi.
Forse non al cuore di tutti, non al cuore di chi sa cosa sta per succedere ma resta fermo, di chi avrebbe anche il potere di far sentire la propria voce ma forse non lo sta facendo abbastanza e forse non lo farà.
Io mi auguro che queste mie ultime parole vengano confutate dai fatti e che tutto si aggiusti, mi auguro che chi ha il potere di fare qualcosa lo faccia rendendoci fieri di lui e di noi, perché chiedere al nostro Stato il RISPETTO che ci è dovuto è innanzitutto un dovere nei nostri confronti, nei confronti del Popolo Sardo.
Noi stiamo già lottando per eliminare le servitù militari, per lo stoccaggio delle vostre scorie chiedete altrove!

 

LINK CORRELATI: 

Per scoprire il Sulcis-Iglesiente:
http://www.sulcisiglesiente.eu/?bn=n

Sardegna deposito unico scorie nucleari:    http://www.unionesarda.it/articoli/articolo/414138

Denuncia di Salvatore Meloni:
http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca_sardegna/2015/01/18/nucleare_doddore_meloni_denuncia_le_scorie_sono_gi_arrivate_in_sa-6-404121.html

 

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