Il pescatore cinese

 

Pescatore cinese sul fiume Li

L’uomo se ne stava lì seduto, col suo esile ma forte corpo avvolto dal costume tradizionale della sua terra, sopra ad una vecchia zattera fatta di pezzi di bambù.
Sembrava perfettamente a suo agio in mezzo a quell’enorme distesa d’acqua piatta e liscia come l’olio, divenuta scura a causa dell’imbrunire che stava ormai inesorabilmente calando sulla regione del Guangxi Zhuang.
Quello era forse il momento migliore della giornata per pescare e questa antica pratica rappresentava ancora la sua unica fonte di sostentamento, l’unico mezzo attraverso il quale riusciva a garantire ogni giorno dei pasti caldi alla sua famiglia.
Certo, ultimamente era capitato anche a lui di accettare soldi da sconosciuti.
In cambio mostrava loro la sua abilità di pescatore cinese sul fiume Li, ed in tal modo era riuscito occasionalmente a racimolare qualche soldo in più, sempre saggiamente riposto tra i suoi risparmi.
Solo la fioca e tenue luce della lanterna posta all’estremità della zattera rischiarava l’ambiente circostante dall’oscurità che scendeva fitta e umida come solo lì riusciva ad essere.
L’uomo teneva stretta tra le ruvide e callose mani una pagaia, inseparabile amica di un’intera vita trascorsa sul fiume a lavorare con i suoi alati aiutanti e la serrava come se ciò fosse la cosa più naturale del mondo ma anche come se avesse paura di privarsene, come noi potremmo serrare in mano un cellulare o un mazzo di chiavi nel timore di perderli, ritrovandoci così nello sconforto più totale.
E per lui sarebbe stato una vera e propria disgrazia perdere quel robusto pezzo di legno perché avrebbe significato restare bloccato nel mezzo del paludoso fiume e per di più nel cuore della notte.
La lanterna riusciva ad illuminare le ali del cormorano più vicino ad essa, così da sottolineare il suo piumaggio nero cangiante dai riflessi a volte blu, a volte verdi.
Quante volte aveva pescato per il suo padrone e amico.
Il legame che li univa era ancestrale e nascosto nella notte dei tempi, aveva un sapore forte e delicato al tempo stesso, un sapore fatto di costrizione e quasi di crudeltà, soprattutto agli occhi di un occidentale, eppure sapeva anche di dolce accondiscendenza da parte del cormorano che viveva la sua vita ad aiutare il pescatore in ciò che sapeva fare meglio: pescare.
Lui era nato per farlo e nonostante il piccolo laccio attorno al collo che l’uomo gli aveva messo, riusciva comunque a compiere egregiamente il suo lavoro.
Osservando silenziosamente quei tre assieme -l’uomo e i suoi due grandi pennuti- pareva di ammirare un quadro ad olio perfettamente dipinto, sullo sfondo il paesaggio appariva nitido e quasi spettrale a causa del gioco di luci e ombre che il tramonto creava sui picchi carsici.
E poi, come niente, il dipinto prendeva forma e movimento e la visione dei tre pescatori diveniva surreale e magica, retaggio di tempi antichi, di una pratica iniziata 1300 anni prima, quando ancora la pesca era uno dei principali metodi con cui le persone si nutrivano sul fiume Li, in Cina.
Gli occhi del vecchio erano piccoli e infossati ma ad uno sguardo attento non sarebbe tuttavia potuto sfuggire che nonostante la presenza del folto e nutrito gruppo di viaggiatori e turisti impegnati ad osservare quello spettacolo, egli era in realtà completamente assorto nei suoi pensieri e totalmente distante miglia e miglia da quell’usanza.
Usanza che rappresentava per lui solo una ripetizione infinita di gesti ai quali era meccanicamente abituato fin da piccolo.
Il pescatore pensava…
Pensava alla sua famiglia, a suo figlio e alla vita che anche quest’ultimo, forse, una volta cresciuto avrebbe dovuto vivere…
Eppure, se lui avesse continuato a fare bene il suo lavoro e ad attrarre sempre più spesso sconosciuti turisti dai quali farsi profumatamente ripagare in cambio della sua pesca, allora forse ci sarebbe potuto essere per il sangue del suo sangue un destino diverso e probabilmente migliore di quello.
Un destino fatto di una nuova vita e di nuove opportunità ma anche di abbandono…
Abbandono del suo piccolo villaggio, delle verdi colline circostanti e del paesaggio carsico al quale tutti là erano abituati… e poi grandi città, e viali e scuole e studio e sacrifici…
Tutto per garantire a suo figlio un futuro migliore di quello che era stato il suo.
A questo pensava il vecchio lisciandosi la lunga barba bianca, mentre col suo pagaiare lento e costante avanzava impercettibilmente lungo il letto del fiume Li.
Pareva che le fessure che aveva al posto degli occhi fossero chiuse, eppure, esattamente un attimo dopo che le ali dei suoi cormorani si dispiegarono facendoli sollevare in volo, quelle stesse fessure si sbarrarono, perfettamente e attentamente impegnate ad osservare i “suoi” uccelli, nell’attesa di un altro lauto bottino.
Le robuste zampe nere davano ai grossi cormorani la spinta propulsiva necessaria all’inseguimento subacqueo dei pesci e il loro piumaggio, purtroppo non impermeabile, si inzuppava costantemente d’acqua.
Tuttavia essi sembravano felici così, fieri e desiderosi di fare ritorno alla zattera del padrone, senza alcun segno di disagio nonostante quel fastidioso laccio che gli bloccava il collo impedendogli di ingoiare ogni pesce strappato al fiume…
E poi, dopo, ci sarebbe stato un premio fatto di piccoli pesci concessi loro dal vecchio, che non era mai stato crudele come invece si sarebbe potuto pensare e come altri erano stati…
Loro avevano diritto di mangiare quanto lui, loro erano parte integrante della sua vita da sempre, lo avevano aiutato a sfamare se stesso e la sua famiglia per decenni, quando i tempi erano profondamente diversi rispetto ad oggi, quando quella regione meridionale della Cina era ancora sconosciuta ai più e non si poteva minimamente immaginare che proprio il turismo sarebbe diventato la principale forma di sostentamento della pesca col cormorano… quando la vita era diversa…anche lì, ai confini del mondo.
Il pescatore sfilò tutti i pesci dalla bocca dei pennuti riservando loro proprio quelli più piccoli e tenendo per sè i più grossi.
Si girò lentamente per mostrarci meglio il bottino, pronto a privarsene per quanti di noi avessero voluto provare l’esperienza di fare colazione all’alba lungo la riva del fiume.
Il suo sacrificio non era poi troppo grande, pensò l’uomo e la sua mente volò sui banchi di scuola che stavano attendendo, inconsapevoli, suo figlio.
Così, sorridendo, si apprestò a ritornare a riva senza mostrare alcun segno di fatica, mentre le prime luci del mattino si adagiavano lentamente sulle colline ai piedi degli alti picchi carsici.
Il sole stava sorgendo e noi, con gli occhi pieni di bellezza, di meraviglia, di una natura selvaggia e di un mondo fatto ancora di piccole cose, venivamo presi dalla stanchezza che quella veglia notturna ci aveva procurato, nella testa il ricordo già perfettamente formato di una notte profondamente diversa dalle altre e ormai indimenticabile.
Ricordo che ci saremmo portati nelle nostre case, quando la nostra vita avrebbe ripreso a scorrere uguale a sempre, oramai lontanissima dall’inebriante profumo di quella valle ancora selvaggia, dei suoi abitanti e delle loro antiche usanze.
Questa narrazione nasce quasi per caso, grazie ad una splendida foto (credits Marcel Castro) che circola su Instagram e che accompagna il mio racconto di pura fantasia (infatti  pur amando viaggiare non sono ancora stata in Cina,  spero di rimediare presto).
Ignoravo totalmente l’esistenza della pesca col Cormorano , tuttavia, dopo aver fatto qualche brevissima ricerca su internet mi sono lasciata trasportare dalla mente dando libero sfogo alla mia immaginazione, e questo è il risultato.

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