Il segreto di Emma

 

Il segreto di Emma

Le gambe di Emma si muovevano agili e rapide sulla scoscesa mulattiera di montagna.
La giovane donna teneva lo sguardo basso, come se le decine di sassolini disseminati sul terreno sterrato fossero notevolmente più interessanti del panorama che si apriva di fronte a lei.
Si potrebbe quindi dire che avesse il tipico atteggiamento di chi compie lo stesso tragitto più e più volte nel corso della vita e può dunque permettersi di perdersi nei suoi pensieri senza dare troppa importanza all’ambiente circostante.
Camminava in modo cadenzato, cercando di tenere con i piedi il ritmo dato dall’infrangersi delle onde del mare sugli scogli, onde che si udivano in lontananza assieme al rumore della corrente di risacca.
Ogni tanto osservava i muscoli delle sue ginocchia tesi nell’intento di trasportare il suo corpo lungo la strada, lasciando che le ciabatte consentissero l’ingresso a minuscoli granelli di terra battuta che andavano così a sporcare i suoi piedi, anche se la cosa sembrava non infastidirla affatto.
Era interessante notare come la donna prestasse molta attenzione a non pestare le miriadi di formiche che spesso trovava di fronte a sé, impegnate nelle loro lente e costanti processioni e assorte nel faticoso compito di sollevare semini e briciole molto più grandi di loro per portarli al sicuro nei vari formicai.
L’intenso e pungente profumo rilasciato dalla macchia mediterranea che la circondava, aveva il potere di farla sentire a casa ed ogni volta che percorreva quel sentiero le capitava sempre di pensare che no, non esisteva un balsamo per il suo corpo ed il suo spirito migliore di quello.
Era alta e dinoccolata, le gambe, strette in corti pantaloncini sportivi blu e bianchi rivelavano amore e dedizione allo sport, ogni singola fascia muscolare risultava perfettamente scolpita e non un solo grammo di grasso si affacciava sulla superficie di quel corpo lungo e slanciato.
Le spalle larghe e l’ampio torace erano in grado di dare una grande sensazione di solidità alla sua figura ed Emma camminava tenendoli ben eretti, cosicché era abbastanza ovvio constatare, se qualcuno li avesse osservati per un attimo, che fossero stati modellati nel corso degli anni da ore ed ore di nuoto agonistico.
Sotto al braccio destro, schiacciato sul fianco, stringeva un asciugamano da bagno color panna che richiamava il disegno a fiori ricamato sul cotone della t-shirt, sulla quale cadevano sottili ciocche di capelli neri sfuggite dallo chignon fatto alla bell’e meglio e tenuto su da un elastico nero ornato da diverse perline bianche.
Portava un paio di occhiali dalle grandi lenti scure che le riparavano gli occhi dal sole del mattino, sole che pur non essendo ancora arrivato allo zenit iniziava già a scaldare parecchio.
La ragazza dalla lunga chioma corvina percorreva quel sentiero sterrato senza alcuna fretta, pensando al fatto che non avrebbe rivelato mai più ad anima viva il segreto di quel luogo, un segreto di cui solo lei e pochi altri erano a conoscenza.
A pensarci bene, la cosa che la emozionava maggiormente era forse proprio quella: la consapevolezza del suo essersi fatta custode nel corso degli anni (una custode molto gelosa direi) di una confidenza che un dì la natura le aveva fatto e che aveva continuato a farle ogni volta che, mossa dal disperato bisogno di staccare completamente la spina da tutto ciò che era in grado di agitare il suo cuore procurandole stress e agitazione, decideva di recarsi là.
La stretta stradina era delimitata a sinistra e a destra da un boschetto ricco di lecci, corbezzoli, mirti, ginepro rosso, lentisco e ginestra, e dato che si era in primavera e che il mese di giugno avrebbe dovuto aspettare ancora qualche settimana prima di dare l’avvio con il suo caldo abbraccio alla stagione estiva, era ancora possibile ammirare i mille vividi colori che in quel periodo dipingevano la rinomata località balneare situata lungo la costa sud orientale della Sardegna in cui si trovava in quel momento Emma, località frequentata dalla sua famiglia da ben tre generazioni.
Quei colori primaverili erano destinati col sopraggiungere dell’estate ad assumere variazioni meno spiccate e più tendenti al giallastro ma non per questo meno affascinanti.
“Stanno giocando a nascondino” pensò Emma sorridendo e sollevando lo sguardo verso i bassi cespugli ornati dai fiori bianchi del cisto che lei preferiva chiamare “rosa di maggio”, trovando questo nome molto più dolce e romantico.
Quelle cromie così diverse tra loro si mostravano dapprima in tutta la loro pienezza e vivacità -il rosa, il bianco, il lilla, il marrone, il giallo, il rossiccio ed il verde in tutte le sue sfumature- per poi ritrarsi all’occhio umano dietro rocciose colline spennellate di grigio, riapparendo infine in praticelli incolti sui quali spuntavano, come funghi dopo un’intensa settimana di pioggia e nel più fortunato dei raccolti autunnali, centinaia e centinaia di margherite, campanule, elicrisi e papaveri, la cui bellezza ed il cui profumo erano in grado di avvolgere il visitatore e di farlo sentire parte di un qualcosa che andava al di là della normale percezione umana.
C’era un prato in particolare al quale Emma era particolarmente affezionata.
Era quello che raggiungeva sul termine della mulattiera, con la fronte già madida di sudore, l’assordante frinire delle cicale in testa e l’intenso profumo  dei corbezzoli attaccato alle narici.
Il suo prato dai mille colori ricordava un quadro di Monet ma era in grado di regalare molto più di ciò che l’ammirazione di una tela d’autore, che resta tuttavia pur sempre una tela, è in grado di dare a chi la osserva; grazie alla possibilità di toccare con mano la grandiosità della natura, natura che regnava ancora selvaggia e incontrastata e che si esprimeva in tutta la sua bellezza, a volte serenamente, a volte più insolentemente, quella distesa fiorita aveva il potere di ammaliare Emma, che rimaneva ad ammirarla per ore ed ore.
Era in qualche modo rasserenante osservare che ogni fiore, ogni minuscolo filo d’erba ed ogni arbusto fossero liberi di fare ciò che volevano, nascendo e crescendo nel punto che preferivano, vicini o lontani dai loro simili, creando così zone più o meno intense di colore.
Non si davano regole, non si rammaricavano per questo né pagavano le conseguenza della loro libertà perché là tutto era stato creato alla perfezione ed ogni suono della natura era pensato e riprodotto con precisione, riuscendo a raccontare ogni volta una storia ed una vita diverse ed allo stesso tempo uguali  a tante altre.
Era quello un luogo in cui Madre Natura aveva deciso di essere particolarmente generosa, non tanto per alimentare la sua costante vanità e l’ammirazione di sé nel cielo terso o in qualche piccolo specchio d’acqua dolce, quanto piuttosto per dare a chiunque fosse capitato nei dintorni un’idea precisa di come e di quanto la sua grandiosità e il potere che esercitava su ogni più piccolo essere vivente, su ogni colore e su ogni profumo, riuscissero ad avere la meglio su qualsiasi altra cosa.
Là non c’era spazio per tristi o cattivi pensieri.
Ed in quel luogo baciato da Dio si passava in un solo istante dal panorama rurale all’azzurro del mare e al dorato intenso della sabbia finissima che ne lambiva la costa.
Era quello il segreto messo a conoscenza di Emma e di pochi altri suoi conterranei: il sentiero sembrava apparentemente uno dei tanti sentieri di montagna della zona e possedeva un grande potere: quello di ingannare chiunque lo percorresse, facendogli sorgere il desiderio di organizzare una gita e di andarsene a zonzo con un sorriso stampato in faccia ed un cesto da picnic in mano, alla ricerca di una radura e di una manciata d’alberi sotto i quali trovare refrigerio dal caldo che stava già iniziando ad avvolgere la zona come un sudario.
Circuiva gli amanti della fotografia facendo nascere in loro la voglia di raggiungere i picchi delle montagne (basse colline in realtà) per immortalare panorami mozzafiato, regalandosi così l’eterno ricordo e donando l’immortalità ai meravigliosi colori della natura sarda.
Natura che spesso sorprendeva Emma molto più di qualsiasi invenzione umana, natura che con la sua capacità di stupirla ogni volta come fosse la prima, la lasciava a bocca aperta come quando era bambina e aveva la capacità di farla quasi commuovere.
Emma apparteneva alla cerchia delle persone più empatiche, alla cerchia di coloro che non trovano difficoltà ad entrare in contatto con la terra e con i doni che regala costantemente all’uomo; tuttavia la sua ipersensibilità non era virtù facile da capire e da apprezzare, anche se, spiegata con queste semplici parole e per voi che leggete prestando la dovuta attenzione, potrebbe in realtà sembrarlo.
In verità, il suo dono e le necessità che da esso scaturivano non erano di facile comprensione per la maggior parte delle persone.
Il più delle volte infatti, la ragazza ed il suo costante bisogno di isolarsi e di trovare un equilibrio in solitudine immersa nella natura venivano fraintesi, cosicché in tanti si erano convinti che fosse un’eremita, intelligente e bellissima senza alcun dubbio, ma pur sempre un’eremita nata nel posto sbagliato.
Riprendendo il discorso su quel luogo magico è giusto sapere che la natura, tramando quei piccoli e non riprovevoli inganni, era stata in vena sia di fare scherzi che di proteggere se stessa; i suoi erano perciò espedienti creati col preciso scopo di distogliere l’attenzione dei turisti che ogni anno si recavano lì, dissuadendoli dallo scavare più a fondo e dal raggiungere meraviglie ben più grandi, le stesse meraviglie di cui ci avrebbe messo a conoscenza Emma poco più avanti, proseguendo nella stradina che le aveva fatto scoprire il nonno quando era solo una bambina.
Intanto la ragazza procedeva sempre diritta nel suo cammino.
Ad un tratto si fermò di fronte ad una spinosa pianta di ginestra che cresceva rigogliosa alla sua destra, stracolma di bellissimi fiori gialli.
Scostò i rami che aveva davanti a sé e che le ostruivano il cammino e si creò lo spazio necessario per effettuare una piccola deviazione, proseguì poi con passo veloce nel nuovo sentiero nascosto dalla fitta vegetazione, inchinandosi a tratti per evitare di farsi male con i rami sporgenti e più bassi degli alberi.
Quel brusco cambio di rotta non era decisamente alla portata di alcun forestiero, che mai avrebbe potuto notare la piccolissima stradina nascosta dalla ginestra in fiore.
“Turisti…” pensò Emma.
Era nata gelosa di carattere ed era perfettamente consapevole che con quella caratteristica sarebbe passata a miglior vita.
Era più forte di lei, non riusciva ad abbandonare questo suo modo di essere e di “vivere” le persone e le cose della sua vita; trovava impossibile anche solo esimersi dall’essere possessiva nei confronti della sua stupenda terra, pur essendo perfettamente consapevole del fatto che la Sardegna fosse un’isola indimenticabile e che al riguardo non esistessero soluzioni di sorta per ovviare al “problema”… come si sarebbe potuti riuscire a far dimenticare simili meraviglie agli occhi che le ammiravano per la prima volta e che non ne avevano mai veduto di così belle e perfette?
Eppure Emma avrebbe comunque preferito tenere nascosta solo per sé tutta quella prodigiosa mescolanza di grazia e semplicità che la sua terra riusciva ad esprimere in infiniti modi.
La Sardegna è un’isola che toglie il fiato in ogni sua più piccola espressione di vita, è terra che avvolge lentamente l’estraneo che vi si reca curioso ed ignaro di ciò che troverà, lo avvolge lentamente, consapevolmente, proprio come un ragno avviluppa le sue vittime nella ragnatela.
Si tratta tuttavia di “vittime fortunate” in questo caso, perché mai nessuno che si sia recato in questa regione anche solo una volta, non abbia avvertito poi il disperato bisogno di ritornarci, bramoso di riassaporare certi squisiti sapori, di rituffarsi nelle sue emozionanti tradizioni, smanioso di nuotare nelle celesti e limpide acque e di farsi bruciare la pelle dal suo caldo e rigenerante sole.
Il visitatore che entra in terra sarda viene colpito da un sortilegio dal quale non riuscirà mai più a liberarsi.
Immersa in questi pensieri Emma non si accorse di essere quasi arrivata al termine della stradina.
Sollevò gli occhi che si colmarono di una vista a dir poco sensazionale, riflettevano il blu cobalto del mare nel suo più lontano orizzonte, il turchese e lo smeraldo delle acque più vicine alla riva fino al bianco della spuma del mare.
La sua sagoma snella proseguì spedita e dopo neanche cinque minuti di ulteriore cammino arrivò finalmente al mare, a quello splendido mare sardo considerato il Mar dei Caraibi italiano.
La ragazza si fermò per una frazione di secondo; il tempo di un sorriso e di respirare a pieni polmoni quella salutare aria salmastra e flettendo le ginocchia per prendere la rincorsa iniziò la discesa verso la spiaggia.
Scavalcò rocce, superò ciuffi di gigli marini e scoprì sulla sabbia ormai sotto i suoi piedi, le orme di un coniglio selvatico.
Camminò lungo l’enorme distesa di rena bianca stando attenta alle spine dei cardi di sabbia che spuntavano qua e là, poi, una volta superate, lasciò che le ciabatte abbandonassero dolcemente i suoi piedi, passo dopo passo, senza preoccuparsi di recuperarle e di portarle con sé.
Era troppo presa dal desiderio di raggiungere la riva il più in fretta possibile, di sentire l’acqua bagnarle gli arti trovando così la pace di cui aveva disperatamente bisogno.
Aprì l’asciugamano, lo distese sulla sabbia e proseguì verso il mare.
Più si avvicinava al bagnasciuga più quell’enorme manto candido, morbido e tiepido andava a mescolarsi a piccole conchiglie bianche e marroni; si inchinò e ne raccolse una, accarezzando lievemente la superficie solcata da sottili linee verticali che le ricordavano le costine di velluto di un paio di pantaloni che la madre le aveva comprato l’inverno precedente.
Entrò in acqua e si bagnò fino alle ginocchia.
In quel momento né un’onda né un alito di vento agitavano il mare, mare che si era fatto calmo diventando piatto e liscio come l’olio, consentendole di vedere alla perfezione il bianco fondale sabbioso che accarezzava i suoi piedi con un delicato massaggio.
Emma sollevò gli occhiali incastrando le asticelle dietro le orecchie e poggiando le lenti sui capelli; trovava che fossero parecchio scuri e che modificassero troppo i colori del mare, mentre lei al contrario non aveva nessuna intenzione di perdersi neppure il più piccolo particolare di quella mattina di riposo e di silenzio immersa nella natura.
Non so dire per quanto tempo camminò immersa in quell’acqua piuttosto fredda e ancora poco temperata dal debole calore del sole primaverile, forse furono dieci minuti o forse venti.
L’espressione del suo viso trasmetteva beatitudine, sembrava che il suo cuore in tumulto si fosse riappacificato con la natura e che il mare stesse sortendo proprio l’effetto da lei desiderato.
Pareva che non ci fosse più alcun pensiero dentro alla sua testa, quasi come se ad ogni passo, una piccola, impercettibile ed impalpabile nuvoletta di stanchezza e tristezza abbandonassero progressivamente la sua aurea, quasi come se l’acqua avesse il potere di purificare il suo cuore da qualsiasi pensiero l’avesse torturata fino a quel momento.
Io me ne stavo lì, sullo scoglio più nascosto di fronte al promontorio.
Lei non poteva vedermi ma io sì, l’avevo scorta già da molto lontano e da molto tempo oramai e se devo essere sincero il mio cuore aveva provato un sussulto ed una gioia improvvisi, una felicità che non assaporavo ormai più dall’estate precedente, da quando quella giovane e bellissima donna aveva lasciato la casa delle vacanze per terminare la sua dorata estate nei lidi cittadini.
Avrei avuto quest’anno il coraggio che mi era mancato la stagione precedente?
Non ne avevo idea e per il momento non volevo neppure darmi una risposta, era così forte la voglia di guardarla che preferii concentrarmi su quello.
Quanto mi sarebbe piaciuto prenderla per mano e portarla là dove finisce la terra ed inizia il mare, il mare vero e profondo, quel mare che nessuno potrà mai distruggere finché avrò vita.
Avrei avuto l’onore e la fortuna di iniziare un cammino assieme a lei? Avrei avuto il permesso di unire la mia vita alla sua?
Forse sì.
Ne avevo già parlato con Teles e mi era parsa interessata alla questione anche se non abbastanza da parlarne con suo padre, così mi ero dovuto rassegnare accontentandomi di rimandare ancora una volta la discussione.
Continuai ad osservare Emma, la mia bellissima e dolce Emma con le sue mani grandi e sottili, le dita magre e lunghe, il viso dall’ovale perfetto, l’incarnato d’alabastro e i lunghi capelli neri che, ormai sciolti sulle spalle, fluttuavano leggeri e luminosi ad ogni passo.
Sarebbe stata la persona giusta, lo sentivo, ne ero certo…
Eppure non per questo le cose sarebbero state facili, né sarebbe stata una passeggiata proporle ciò che le avrei dovuto proporre io.
Non accetterà mai” dissi ad alta voce.
Eppure la speranza non svaniva, anzi più osservavo la giovane donna più essa cresceva dentro me e più la mia mente cavalcava veloce, immaginando scenari forse folli di felicità e di gioia inaudite.
Tuttavia, dato che il suo spirito era puro, era forse il caso di fare un tentativo.
A questo pensavo, mentre, con in mano la chiave da restituire a Teles, me ne stavo nascosto su quel lontano scoglio in mezzo al mare farneticando di parlare con Emma.
Emma, che adesso si era seduta sull’asciugamano e osservava silenziosamente la superficie dell’acqua, persa in un dialogo segreto tra lei ed il mare; dall’espressione del suo viso si sarebbe detto che gli abissi le stessero inviando misteriose sensazioni e dolci parole segrete.
Che sapesse qualcosa?
No… lei non aveva la minima idea di ciò che la circondava, tantomeno del destino che, se solo avesse voluto, avrebbe potuto avere.
In quegli attimi di pace assoluta un triste pensiero riuscì a farsi largo nella mente della ragazza, che cercò di respingere con una forza di volontà non indifferente per la sua giovane età.
Perché l’estate scorsa aveva rivelato a Thomas il segreto di quella spiaggia?
Perché non aveva capito fin da subito le reali intenzioni di quel ragazzo?      
Non gli era mai veramente importato di lei e adesso che era trascorso quasi un anno ed il suo cuore era riuscito a dimenticarsi del dolore che le aveva procurato, si rendeva conto ancora di più di quanto fosse stata stupida ad avergli concesso la rivelazione di un segreto così importante.
Era un segreto datato, iniziato tanti anni or sono, segreto di cui l’amato nonno l’aveva informata molto tempo prima, quando ancora bambina trascorrevano assieme ore ed ore a pescare in quel mare pulito e cristallino.
Muta da sub, fucile e poi via… immersi nelle acque profonde e azzurre alla ricerca di pesci per le loro memorabili grigliate estive, durante le quali tutto il vicino paese si riuniva e le chiacchiere e le risate duravano fino a notte fonda.
Il nonno le aveva rivelato che il segreto di quel posto non consisteva solo nel sentiero nascosto e nel suo sbocco al mare.
C’era di più, molto di più.
Nel paese passava di bocca in bocca una misteriosa leggenda e, come tutte le migliori leggende, Emma e suo nonno erano certi che in essa aleggiasse un fondo di verità.
Si narrava infatti che proprio in quella caletta ci fosse l’accesso al Regno del Mar Mediterraneo, regno che nel corso degli anni era stato sapientemente occultato agli umani non solo grazie all’abilità dei suoi abitanti ma anche grazie alla fruttuosa collaborazione che questi ultimi avevano stretto con alcune famiglie del luogo.
Tali famiglie, scelte in base al loro legame con quella terra e all’amore per il suo mare, si erano assunte l’impegno di proteggere e custodire un segreto troppo grande e pericoloso per essere rivelato al mondo.
Emma era solo una bambina e la nonna, quando aveva sentito il marito raccontarle questi fatti, si era subito preoccupata che la faccenda non superasse le quattro mura di casa.
Aveva però sottovalutato l’intelligenza della nipote che negli anni successivi aveva saputo tenere il segreto con una maturità impressionante, custodendolo gelosamente nel suo cuore giovane, ingenuo ed onesto.
L’unico errore che aveva fatto era stato proprio quello di rivelare l’esistenza della spiaggia a quell’insensibile ragazzo di cui si era tremendamente infatuata l’estate precedente, oramai ripartito per l’America e distante mille miglia da quella costa e dal “vero” segreto del quale per fortuna non era stato reso partecipe.
In quegli ultimi dieci anni quindi, il recarsi in quel magico luogo aveva assunto per Emma un aspetto decisamente nuovo, diverso, sublime e misterioso.
Quante volte le era capitato di sussultare per l’infrangersi sugli scogli di un’onda particolarmente rumorosa o di voltarsi di scatto verso un punto indefinito dal quale si era sentita improvvisamente e inspiegabilmente attratta.
Una mattina dell’estate precedente poi, era proprio stata certa di aver scorto qualcosa o qualcuno su uno scoglio lontano, il più lontano di tutti, quello a partire dal quale il mare si apriva libero verso l’infinito e verso i suoi magici e sconosciuti orizzonti.
Le era parso di vedere per la frazione di un secondo una figura maschile, una testa piena di capelli ricci scuri e un paio di occhi verdi fissarla intensamente.
Ma forse era stato solo il riflesso nato dal desiderio di rivedere quello stupido ragazzo americano dal quale si era allontanata per sempre.
I tratti glielo avevano vagamente ricordato e nonostante quella visione fosse durata meno di un secondo, ciò la portò a convincersi di non avere visto in realtà proprio nessuno.
Emma non sapeva che quello stesso giorno, quell’uomo dalla folta e scura chioma ondulata aveva provato il più grande spavento della sua vita al pensiero che la giovane donna di cui era segretamente innamorato, l’avesse visto assieme alla giovane sirena Teles, figlia del Re del Mar Mediterraneo, nell’atto di restituirle le Chiavi del Regno.
La storia di quelle Chiavi Reali risale alla notte dei tempi ma a voi lettori basti sapere per il momento che al giovane vennero affidate per la prima volta al compimento del suo ventesimo anno, quando il padre ormai anziano e stanco, decise di passargli il testimone di un impegno che onorava e che allo stesso tempo gravava sulla sua famiglia ormai da generazioni.
Così egli divenne il nuovo “Custode della costa sarda dell’est” e a partire da allora avrebbe ricoperto quell’incarico per tutti gli anni a venire, finché non ci fosse stato un erede al quale trasmetterlo a sua volta.
All’inizio di ogni stagione, assieme al compito di accertarsi che nessuno scoprisse mai la caverna nascosta in quella caletta e da cui si apriva l’accesso al Regno del Mare, Giovanni, questo era il suo nome, si faceva quindi depositario di una verità che, se rivelata, avrebbe portato alla distruzione di tutto ciò che aveva sempre amato.
Quella costa sarebbe diventata oggetto di terribili esperimenti, quel tratto di Mar Mediterraneo sarebbe stato percorso ogni ora da navi militari utilizzate all’unico scopo di scovare, imprigionare e studiare ogni creatura vivente che lo abitava e della quale si era ignorata fino a quel momento l’esistenza.
Giovanni rabbrividì al pensiero di ciò che la sua mente riusciva ad immaginare.
Egli, al termine di ogni stagione turistica e balneare restituiva le chiavi alla primogenita del Re (questo infatti era il contenuto degli A. P. M.,  gli Accordi per la Pace Marina da lui firmati cinque anni prima); ciò potrebbe portare chiunque a pensare che per tutto il periodo invernale il suo cuore si sollevasse notevolmente dal peso che quel lavoro gli procurava d’estate, riprendendo così la sua vita a scorrere più o meno normalmente.
In realtà, si può affermare che fin dalla notte dei tempi non sia mai esistito un Custode del Mare che, dopo essersi assunto tale impegno, non se lo sia poi ritrovato marchiato a fuoco sul proprio cuore come un sigillo impossibile da cancellare e da dimenticare, come un tatuaggio indelebile che da sempre ha portato e che spinge ancor oggi ognuno di questi uomini a proseguire l’attività di controllo sulla baia anche d’inverno.
E Giovanni non era certo da meno dei suoi predecessori.
Aveva infatti ormai perso il conto delle notti in cui era stato svegliato di soprassalto in preda ad incubi e sudato e febbricitante aveva sentito l’irresistibile impulso di correre giù alla spiaggia per controllare che fosse tutto a posto.
Quel giorno d’estate in cui Emma vide Giovanni per un solo istante, nessuno dei due – né il giovane né la Sirena- si accorse della sua presenza, forse troppo attenti a raccontarsi tutti i fatti degni di nota avvenuti in quei cinque lunghi mesi in cui il giovane uomo era stato in possesso delle Chiavi.
Tuttavia, per sua fortuna, la coda di Teles era riuscita a creare spruzzi così alti da far credere all’umana che si fosse trattato solo di morbida spuma del mare andata ad infrangersi contro lo scoglio e contro i sogni di un amore impossibile e ormai infranto.
Eppure Emma continuò a rivedere spesso quegli occhi verdi in sogno e continuò a ricordare la dolcezza che per un attimo vi aveva scorto.
Si era ormai fatto mezzogiorno, il sole iniziava a bruciare sulla pelle diafana della giovane che, poco incline ad abbronzature selvagge, decise di spostarsi all’ombra del promontorio alla sua sinistra.
Prese posto lì, sedendosi su una roccia piatta e liscia, le braccia che andavano a cingere le gambe in un gesto tenero e protettivo allo stesso tempo.
Dopo un po’ si distese, lasciando che il masso scaldato dal sole le massaggiasse la schiena, gli occhi chiusi e le braccia abbandonate lungo il corpo.
In quel momento ebbe come l’impressione di fluttuare nell’aria perdendosi in quel lieve venticello, di ondeggiare nel mare profondo, di volare nel blu cobalto del cielo e le parve di essere leggera come una di quelle nuvolette che stavano iniziando a velare leggermente la luce del sole.
Non esistevano per lei sensazioni più belle di queste.
Senza il mare, il suo adorato mare, Emma non avrebbe mai saputo vivere, era la sua fonte di ossigeno, di pace e di armonia con il mondo intero.
Sollevando lentamente la schiena si rimise seduta stropicciandosi gli occhi, poi li riaprì e guardò in lontananza; riusciva perfettamente a scorgere la lattea formazione rocciosa da cui l’insenatura aveva preso il nome di “Cala Bianca”.
Il grande e marmoreo scoglio, che emergeva dall’acqua, era proprio quello sopra il quale le era parso di avere visto, un giorno, un uomo.
Un grosso cormorano aveva preso posto proprio lì, non era estraneo agli occhi di Emma né lei lo era ai suoi.
Il pennuto era capace di starsene ore ed ore fermo nella stessa posizione, impegnato ad assorbire quanto più calore possibile, simile in questo ad una tartaruga o ad una delle tante lucertole che abitavano quell’isola.
Emma lo osservava guardare davanti a sé, fiero ed altero come se solo lui con le sue ali e la sua meravigliosa e tanto invidiata capacità di volare, potesse farsi messaggero dei misteri di quel mare e delle creature che lo popolavano.
La ragazza tuttavia sapeva che la pace ed i momenti di serenità incontrastata che stava assaporando, sarebbero di lì a poco finiti, la stagione turistica era alle porte e aveva come la sensazione che il mare stesse patendo in quel preciso istante per i suoi stessi malinconici pensieri; si immaginava che fosse rattristato all’idea che i fondali sarebbero stati depredati, inquinati e che tutta quell’enorme quantità di conchiglie sarebbe presto sparita per diventare grazioso souvenir di centinaia di bambini.
Ancora una volta il mare avrebbe dovuto stare ben attento a celare ciò che agli uomini non era dato sapere… ma in fondo si trattava solo di cinque mesi e poi tutto sarebbe tornato alla normalità.
La mente di Emma era persa in questi pensieri e la donna non poteva minimamente immaginare che a debita distanza da lei, proprio su quella formazione rocciosa su cui era appollaiato il cormorano, l’uomo dagli occhi verdi la stava osservando di nuovo, di nascosto.
Lui sapeva di avere bisogno di lei, percepiva la sua aura bianca e riusciva a immaginare come sarebbe potuto essere il loro futuro assieme, se solo lei avesse accettato tutto quello che aveva da offrirle…
Una vita sicuramente lontana dalla normalità ma intrisa di una quantità così vasta di segreti eccitanti e meravigliosi, da ripagarli del peso di un impegno del genere.
Proteggere il Regno del Mar Mediterraneo da sguardi e da mani pericolose non era roba da poco, pensò il ragazzo, mentre abbracciava la parte dello scoglio emerso, il resto del corpo sprofondato dentro l’acqua.
Poi decise.
Non avrebbe aspettato il permesso di nessuno.
Lui era il Custode della costa est, dopo anni ed anni di pratica aveva oramai imparato a leggere dentro alle anime delle persone ed era certo che non ci fosse alcun margine d’errore nella sua valutazione.
Si alzò all’improvviso ergendosi in piedi sulla roccia, i muscoli guizzanti nell’atto di mostrarsi a lei senza più alcun timore.
Emma sbatté le palpebre, pensò per un attimo di essere impazzita, strabuzzò gli occhi e li richiuse ma quando li riaprì ciò che vide fu esattamente l’immagine che essi avevano catturato un attimo prima.
Non era stata affatto la sua immaginazione.
Non era diventata pazza.
C’era un uomo lì sullo scoglio e le ricordava qualcuno, ma non riusciva a capire chi potesse essere, nonostante la familiarità del suo viso le dicesse qualcosa.
Ma sì certo! Non era forse il nipote dei vicini di casa dei suoi nonni?
Era ormai tanto tempo che non lo vedeva più in giro… ma era lui, non poteva esserci alcun dubbio.
E quegli occhi, che pensava di aver solo immaginato, gli stessi che avevano turbato  i suoi sogni invernali, adesso la stavano fissando con coraggio e con ardore, desiderosi di farsi notare tra i flutti del mare che, agitato, iniziava ad incresparsi.
Il loro sguardo si incontrò ed ognuno si perse negli occhi dell’altro.
Che cosa mai sarebbe successo tra loro?
Quali spiegazioni avrebbe dato il giovane a Emma?
Una cosa possiamo affermarla con sicurezza: la sua onestà e la sua bontà d’animo erano virtù certe e mai e poi mai avrebbe ingannato la ragazza raccontandole menzogne.
Forse l’amore, trasportato dal vento e dalle onde del mare si era già impossessato del loro cuore e delle loro anime.
O forse, questa possibilità è solo frutto di una nostra fin troppo fervida immaginazione.
So che alcuni di voi vorrebbero avere subito risposta alle domande che probabilmente una storia simile è capace di generare, tuttavia non è questo il momento adatto a svelare i nuovi eventi che si sarebbero succeduti nel corso del tempo.
Alcune faccende importanti ed un lungo viaggio mi attendono e non essendo possibile procrastinarli, dovrete attendere un po’ prima che la mia schiena, un tempo forte e sana, ritrovi la voglia di prendere posto sulla sedia che mi ospita ora, prima che le mie stanche membra ritrovino pace e la mia bocca il fiato per narrarvi alcune lontane vicende.
Cercherò nei meandri del mio essere, il coraggio necessario a riprendere in mano il diario che custodisce i segreti di cui in parte vi ho messo a conoscenza, affinchè si possa proseguire nella lettura di queste pagine e nella rivelazione di ciò che fu.

 

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