Partire fa rima con…

 

partire

 

Partire è un po’ fuggire, è un po’ morire, è un po’ capire… e queste tre cose esattamente nell’ordine in cui le ho elencate.
A quanti di noi è mai capitato di preparare una valigia col cuore silenziosamente in tumulto, le mani agitate e rapide, il desiderio impellente di essere già in aeroporto e di respirare il suo inconfondibile profumo di libertà e di evasione, mentre ancora si è intenti a riempire il beauty case di dentifricio, spazzolino e quant’altro?
A me è successo, solo una volta per la verità. Solo una volta con quell’immensa necessità di mollare tutto e forse con la voglia di non tornare più, di fuggire dalla realtà che in quel momento mi stava stretta e scomoda, che mi sembrava di non riuscire a modificare e nella quale non riuscivo a trovare la felicità… ma il concetto di quest’ultima ha subito per me diverse variazioni nel corso del tempo, fino a trovare il vestito giusto con la mia maturità, con i miei 30 anni.
Ero molto più giovane e più ingenua rispetto ad adesso e quando mi ritrovai a Londra con la consapevolezza di poterci e doverci rimanere per un intero mese, dentro me, mescolata al dolore ed alla rabbia, si agitava solo il respiro della LIBERTÀ ASSOLUTA, quell’impalpabile sensazione che si prova solo quando si parte da soli, senza una compagnia costante, senza fidanzati, mariti o amiche che siano la nostra ombra per tutto il tempo del viaggio.
In realtà affrontai la prima parte della mia avventura con un’amica ma poi lei, che era avezza alla realtà londinese e che mi fece da cicerone durante tutta la prima settimana, fu assorbita dal suo fidanzato e dal suo corso d’inglese; io ero pronta ad affrontare quel momento o forse credevo di esserlo. A volte, la convinzione di essere pronti a fare quello che si conosce solo in teoria e sulla carta, è proprio ciò che ci salva dall’evenienza di essere bloccati dalla paura di non farcela, dal timore di non “essere in grado di”…
E così mi ritrovai senza nemmeno accorgermene, in giro da sola per le strade di una delle metropoli più grandi e cosmopolite del mondo, una città nella quale tanti, che lungo la strada della vita ho conosciuto, si sono trasferiti alla ricerca di un’occasione migliore di quelle che la mia terra non era in grado di offrire loro.
Non era il mio caso quello, comunque; io ero lì per fuggire, sì, ma solo per un po’, per cercare di capire come cambiare ciò che non mi piaceva della mia vita, ciò che mi faceva soffrire, ciò che avrei voluto dimenticare, ciò che non avrei mai voluto avere vissuto (e pensavo ciò sbagliando, perché in fondo ciò che siamo è frutto di tutte le nostre esperienze, belle o brutte che siano).
Ora, a distanza di tanti anni sorrido se ci penso… ma allora per me era una necessità essere lì.
E fu un viaggio che mi cambiò, che mi aiutò a crescere, a prendere finalmente consapevolezza di ciò che ero in grado di fare, di dire ma soprattutto di pensare con la mia sola testa e senza l’aiuto di nessun altro.
Le strade bagnate e umidicce di Londra rappresentarono la mia “iniziazione” alla vita da adulta, alla necessità di assumermi la responsabilità delle mie azioni (tutte), dei miei errori passati, delle mie scelte future.
Lungo le rive del Tamigi morì una parte di me ma contemporaneamente ne nacque un’altra, e sebbene come tutte le cose giovani fosse ancora vuota, aspra e selvaggia, era tuttavia già pronta ad aiutarmi a svolgere quello che sarebbe stato il mio cambiamento.
A Londra diventai “grande” e senza nemmeno accorgermene mi trasformai, un pezzettino impercettibile di ali mi spuntò sulla schiena, forse era un pezzettino invisibile ma io lo “sentivo” vivo e grande dentro me e quando tornai a casa dopo quel lungo mese trascorso là, con le valigie stracolme di oggetti, il portafoglio sottile e tanti souvenir per me e per altri, cartoline, biglietti della metropolitana e dei musei, scontrini e qualsiasi altra cosa sentissi la necessità di conservare, quasi come monito di ciò che ero riuscita a raggiungere sola soletta, abbracciai con tutte le mie forze quella che doveva ineluttabilmente essere la mia nuova vita.
Nei mesi successivi presi la patente (rimandata fin troppe volte -tanto ho il motorino, pensavo-), superai con un bel 28 l’esame di diritto privato (correva il mio primo anno di Giurisprudenza), mi comprai la macchina, iniziai a far sentire molto più di prima la mia voce per un sacco di cose che ritenevo importanti, cambiai diverse amicizie, mi feci più scaltra e più sveglia di quanto fossi mai stata prima di quel momento, e capii.
Capii che la vita non sempre è facile, che non a tutti è data la possibilità di viverla come Alice nel paese delle meraviglie e che alcune persone e alcune situazioni possono fare male.
Ma ormai ero diventata forte, Londra mi aveva plasmato, fortificato, insegnato.
L’avevo girata in lungo ed in largo (o perlomeno così mi parve, anche se ora come ora direi che nemmeno un anno è sufficiente a conoscerla bene), avevo imparato a cavarmela da sola in situazioni che qualche mese prima mi avrebbe fatto rizzare i peli sulle dita solo l’immaginare di affrontarle da sola, ed invece ce l’avevo fatta.
Ora mi sentivo in grado di fare tutto quello che volevo, il vuoto e il dolore dentro al mio cuore non erano certo scomparsi ma piano piano si stavano evolvendo in qualcosa di diverso e più il tempo passava più diventavano evanescenti; la fastidiosa sensazione di avere sempre gli occhi pronti a versare lacrime passò; la mia corazza era cresciuta, si era inspessita e da quel momento non mi avrebbe più abbandonato.
Londra mi ha insegnato soprattutto una cosa: non tutti nascono con la camicia; il detto “homo faber fortunae suae” vale solo per alcuni, per quelli che non hanno chi gli mette i bastoni tra le ruote, mentre per altri vale, sì, ma solo in parte; non sempre si ha ciò che si vuole e non sempre si ha la possibilità di cambiare completamente la propria vita o di eliminare del tutto ciò che ci fa soffrire; e ci sarà sempre qualche aspetto di essa che ci sembrerà insoddisfacente o frustrante; Londra mi ha insegnato che la fortuna, quella che ti fa incontrare la persona giusta al momento giusto o quella che ti offre esattamente ciò che vuoi quando lo vuoi esiste solo per un numero selezionato di individui, quelli che appunto nascono “con la camicia”; gli altri devono accontentarsi di crearsi da soli il loro piccolo mondo.
Ma la cosa importante è capire cosa non va, cosa non ci rende felici, già l’individuazione esatta della fonte di imperfezione del nostro vivere quotidiano costituisce un ottimo inizio e può darci la spinta verso qualcosa di nuovo che all’inizio probabilmente non sarà esattamente ciò che avremmo voluto… ma costituirà pur sempre un primo piccolo passo verso la vittoria, lungo l’impervia salita della vita, lungo un percorso fatto di tante cose… di sacrifici, del sapersi accontentare ma anche di momenti di gioia e felicità;
e quando ci sembrerà di essere ancora troppo lontani dalla meta da raggiungere nonostante la nostra trasformazione, il nostro impegno e la forza acquisita, sarà proprio in quel momento che ci trasformeremo da bruco in farfalla e che le ali completeranno la loro crescita;
allora e solo allora, saremo finalmente in grado di volare via lontano e di raggiungere la vera felicità, sotto qualunque forma essa sia intesa, di tenerla stretta e di non consentirle di andare via troppo spesso.
Le mie ali sono spuntate a Londra ma in questo contesto è una città che costituisce semplicemente la rappresentazione di un qualsiasi luogo di libertà e di riflessione... a voi magari sono spuntate o potrebbero spuntare a Barcellona, a Parigi o in qualsiasi altro posto del mondo, nella foresta equatoriale o su una mongolfiera, come anche nel salotto di casa.
Le mie ali all’inizio non erano nè abbastanza grandi nè abbastanza forti per sostenere il mio peso, riuscivano a farmi fare solo brevi voli; sono cresciute anno dopo anno e forse ancora stanno crescendo.
Col passare del tempo mi hanno consentito viaggi sempre più lunghi ed adesso hanno anche compagnia: nei momenti in cui sono troppo stanche o troppo svogliate per farmi spiccare il volo, vengono trascinate su per il cielo da un’altro paio d’ali molto più potenti; ali che pur avendo avuto un percorso diverso dalle mie hanno comunque avuto l’ostinazione di incontrarsi, di riconoscersi, di piacersi, di innamorarsi e di imparare ad amarsi giorno dopo giorno; ali che per loro (e per mia) fortuna sono per certi versi meno ammaccate delle mie, hanno meno graffi, traumi e lacerazioni e forse per questo mi piace immaginarle un po’ più forti… ali che quando ce n’è bisogno, sopportano il peso del mio essere e mi consentono comunque di volare verso l’orizzonte infinito della felicità.
Le ali di chi ha scelto di starmi accanto per sempre.
Se un giorno non dovessi più averle vicino, cosa che mi auguro non accada mai e poi mai (e ora come ora non voglio nemmeno immaginarlo, mi fa male anche solo pensarci), tuttavia un pensiero risuona forte e chiaro nella mia mente: nessuna paura.
Perchè a Londra ho imparato anche a trovare, a riconoscere ed a salvaguardare la mia individualità, a non scordarmi mai chi sono e cosa sono in grado fare da sola.
E voi?
Avete già trovato la vostra “Londra”?

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