Magico Marocco

 INCIPIT

Il rollio della macchina, appena percettibile, mi culla dolcemente.

Anche se quando viaggio mi sembra un sacrilegio ammettere di avvertire stanchezza (perchè io devo sempre: vedere/toccare/osservare/camminare/conoscere/esplorare/capire/innamorarmi dei posti, il tutto senza sosta e in modo un po’ compulsivo ma fa parte del mio carattere e allora che ci posso fare…), ora devo proprio dirlo: ho una tremenda necessità di riposare, molto più di quanto abbia fatto negli ultimi giorni.

Reclino la testa all’indietro e socchiudo gli occhi mentre si disperdono nell’aere le note di una delle mie canzoni preferite, regalandomi un gradevolissimo sottofondo musicale; me le immagino volteggianti e felici dentro l’abitacolo dell’auto, quasi consapevoli della loro enorme capacità di rilassarmi; raggiungono dolcemente le mie orecchie durante l’assolato pomeriggio di questo penultimo giorno di esplorazione in terra nord africana, avventura che mi ha dato la possibilità di conoscere un Magico Marocco.

L’inquietudine che oggi mi attanaglia il cuore non è altro che il leitmotiv dei miei viaggi, la mia fida compagna di vita; è fin troppo nota a mio marito, che ogni tanto scorgo  con la coda dell’occhio gettarmi qualche occhiatina ironica e divertita, mentre abbozza un sorriso a metà tra il serio e il faceto.

Posso leggergli nel pensiero, so che sta pensando: “Sei sempre la solita, non cambierai mai… nemmeno con gli anni che passano!”.

Beh, ad onor del vero credo proprio abbia ragione…

Non guarirò mai dalla mia malattia, dal mio “wanderlust”; il perenne desiderio di stare ovunque tranne che a casa, di essere in giro per il mondo, arenata in qualche parte del pianeta alla scoperta di luoghi sempre nuovi (in linea di massima non amo tornare dove sono già stata…).

E proprio questa incontrastabile voglia, quando i miei viaggi sono ormai agli sgoccioli, ha il potere di trascinarmi in un vortice di malinconia mista a tristezza dal quale tuttavia, con l’esperienza e con una buona dose di forza di volontà, puntualmente ho imparato ad uscire; così non riesce più a rovinarmi gli ultimi scampoli di vacanza (come accadeva invece fino a qualche tempo fa quando, ancora giovincella mi ritrovavo in rotta verso casa con la valigia piena di souvenir, i documenti in mano e le lacrime agli occhi di fronte al banco del check-in).

La macchina ha un’andatura moderata; la guida marocchina contattata tanti mesi fa, quando questo viaggio era solo un piccolo pensiero nella mia mente e la morsa del freddo abbracciava ancora – seppur mai troppo vigorosamente- la mia città, non ama correre, ci spiega che le multe sono salate e i posti di blocco numerosi.

Percorriamo la Route 207 che collega Essaouira a Marrakech ed io me ne sto comodamente appoggiata al morbido schienale di pelle beige del grande veicolo scuro.

Lascio andare il mio sguardo fuori dal finestrino e immediatamente le sinapsi del mio cervello mi rimandano immagini desertiche, sprazzi di civiltà delimitati qua e

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La lunga e desertica strada che collega Marrakech ad Essaouira, rallegrata ogni tanto dal passaggio di pastori e asinelli

là da villaggi di terra e fango; bambini poveri, scalzi e sporchi che giocano con un pallone da calcio che deve avere sicuramente conosciuto tempi migliori; ragazzini che per trovare forse un po’ di refrigerio dalla calura marocchina (siamo a giugno e il termometro segna 43 gradi della scala Celsius) si tuffano in vasconi pieni d’acqua posti lungo la carreggiata, destinati più all’abbeveraggio degli animali che al loro improbabile gioco… e all’improvviso un brivido mi fa accapponare la pelle, al pensiero della totale mancanza di igiene che ancora regna in tante parti del mondo.

Poi però, un ricordo piacevole e divertente -di quelli che restano per sempre impressi nella mente di chi viaggia- fa capolino nella mia testa.

Quella zona desertica che adesso mi circonda e che ricongiunge il profondo entroterra marocchino alla frizzante aria oceanica mi ha regalato, il giorno dell’arrivo, anche un paio di momenti veramente gradevoli.

Un “albero di capre”, come lo chiamo ironicamente, avvistato durante il trasferimento effettuato in senso inverso -da Marrakech ad Essaouira- e compiuto 2 giorni

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Albero di Argan letteralmente “posseduto” da decine di caprette…E le mie bimbe strabiliate!

prima, ha fatto la gioia delle mie bimbe, inteneritesi nell’accarezzare quelle più piccole e divertitesi come matte a contare le più anziane e coraggiose, salite sopra i piì alti rami dell’albero di Argan più famoso del Marocco; ma ha fatto anche la mia gioia, grazie a tutte le foto che ho potuto scattare.

E poi la scoperta della Cooperativa Femminile Marocchina “Assous Argane”, il cui lavoro consiste nelle operazioni di raccolta, pulitura e lavorazione dei semi dell’albero di Argan, dal quale poi si otterranno prodotti alimentari naturali, olii, creme e vari unguenti per la cosmesi del viso e del corpo.

Ho avuto la possibilità di conoscere alcune delle innumerevoli donne che si occupano di tutto questo e ne sono rimasta profondamente colpita.

Alla Cooperativa Assous Argane

Alla Cooperativa Assous Argane

Per certi versi alcuni elementi di questa regione del Nord Africa mi rimandano immediatamente alla mia Sardegna, nonostante tutti gli sforzi fatti per schivarne la comparazione: alcune zone aride e brulle sono così simili a quelle del Medio Campidano che ogni tanto attraverso spingendomi su fino al Nord Sardegna… poi il caldo incessante e a tratti veramente fastidioso… e adesso anche le caprette, anche se quelle sarde non sono coraggiose quanto quelle marocchine, si arrampicano sì… ma fino ad un certo punto!

Archiviato questo ricordo, posso in tutta onestà dire che durante questi ultimi 10 giorni ho sicuramente avuto modo di conoscere un Paese profondamente diverso dal mio, ricco di contrasti, di mille sfaccettature che colpiscono il cuore e l’anima di chi vi si avventura, soprattutto a mente sgombra e senza pregiudizi.

Penso al fasto dei Riad privati, delle ville, degli alberghi, dei palazzi visti a Marrakech e per contro vedo la miseria che avvolge come un fitto manto di impalpabile nebbia tantissime zone della Medina, con le sue centinaia di tetti in eternit e le sue altrettante parabole; penso ai commercianti talmente disperati al punto di umiliarsi e implorarti di acquistare qualsiasi cosa: perchè nonostante se ne dicano tante sulla prepotenza che regna nei Souk, la maggior parte

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Quartiere ebraico: artigiano ci mostra la lavorazione dei suoi prodotti in legno

dei negozianti è perfettamente consapevole del fatto che non dovrebbe comportarsi così. Eppure continua ad assalire i turisti perchè è costretta a farlo e perchè magari ha una famiglia da sfamare.

Solo nella Mellah, il quartiere ebraico, si respira un’aria diversa: più serena, meno assillante; i commercianti ebrei di Marrakech non assalgono il turista, lo lasciano libero di guardare, di toccare e di decidere; nei loro occhi ho sempre letto una compostezza, un senso del pudore parecchio consistenti che non lasciano spazio al fastidioso comportamento onnipresente nei souk adiacenti alla P.zza Jema-El-Fna.

Là ti guardano, ti trascinano dentro alle loro bottegucce, cercano di convincerti a comprare qualsiasi oggetto e alla fine se ti mostri sicuro di te e testardo quanto loro, tutta l’aggressività mostrata all’inizio si dissolve come neve al sole e quasi ti implorano di non andare via a mani vuote.

Così capita di ritrovarsi non si sa come di nuovo in albergo, con una busta zeppa di stupende scatole di madreperla o di legno di cedro ricche di splendidi intarsi e pagate una fesseria… e allora gli animi più sensibili si ripromettono dall’indomani di non stare più tanto a mercanteggiare…

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Scatole e scatoline per tutti i gusti e per tutte le tasche nel Souk di P.zza Jema-El-Fna

In questo Paese la profondamente errata distribuzione della ricchezza salta immediatamente e dolorosamente agli occhi e lo fa in modo così drastico, così inquietante e allarmante da provocare una fitta al cuore, portando l’anima a riflettere su quali siano le cose veramente importanti della vita.

PERCHE’ IL MAROCCO E NON (AD ESEMPIO), DUBAI

Perchè ora come ora non mi interessa tanto visitare città zeppe di grattacieli (vedi New York), di lusso, opulenza e cemento, quanto esplorare realmente un Paese diverso dal mio nel quale esiste ancora molta verità e semplicità, un luogo nel quale riuscire a toccare con mano realtà agli antipodi rispetto a quella occidentale… ma viaggiare è viaggiare ed io adoro farlo, perciò non mancherò sicuramente di visitare anche gli Emirati Arabi che dalle foto viste sul web paiono una meta nella quale recarsi almeno una volta nella vita!

In tanti prima di partire ci avevano preso per matti perché “non è il momento giusto, con tutto quello che sta succedendo”… “Non siete soli, avete le bambine, fatelo per loro… andate da qualche altra parte”…

Ma noi come al solito, assetati come siamo di bellezza e di conoscenza non ci siamo persi d’animo, entrambi desideravamo da tanto tempo visitare questa terra; perciò, considerando che si trattava di un mio regalo per l’anniversario di matrimonio (mio marito ed io ci siamo sposati ai primi di giugno) pensato tantissimi mesi prima (esattamente a settembre 2015, appena rientrata dal precedente viaggio in Svezia)… non ci restava che partire!

Quindi ci siamo buttati a capofitto e a cuor leggero in questa nuova avventura, dopo aver ricordato a tutti che il Marocco non è un Paese fondamentalista, che Marrakech vanta addirittura un sindaco donna, Fatima Zahra Mansour, avvocato (e non avvocata né sindaca per carità… sono fortemente contraria agli estremismi della lotta di genere), molto vicina alle posizioni del giovane re del Marocco, Mohammed VI (diretto discendente del Profeta Maometto) che da anni tenta di impedire la diffusione del radicalismo religioso e che ha recentemente introdotto un nuovo Codice di Famiglia volto a riconoscere l’eguaglianza tra uomo e donna (anche se tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, perchè un conto è il diritto e un altro è il suo esercizio).

Così, armati di valigie -tante- nonostante gli annuali buoni propositi sul viaggiare leggeri (come al solito sconfessati dieci giorni prima della partenza) e dopo avere trascorso qualche giorno nella nostra adorata capitale (necessario a prendere la coincidenza aerea per l’aereoporto di Marrakech El-Menara), eccoci finalmente in terra marocchina.

ROMA-MARRAKECH… ARRIVIAMO!

L’aereo è atterrato in ritardo di quasi un’ora, ci fa notare la nostra guida berbera, che nonostante abbia dovuto attenderci per lungo tempo non mostra segni di stanchezza e ci accoglie con un bel sorriso e una vigorosa stretta di mano.

Io penso subito che nonostante la lunga attesa a Roma in aereoporto, le ore di volo e il fuso orario (pur di un’ora sola), le bambine hanno dimostrato per l’ennesima volta di essere ormai pratiche di trasferimenti, di aerei e di qualsiasi altra cosa sia “viaggio”; sono veramente orgogliosa di loro!

Il Ramadan inizierà da lì a qualche giorno così, dopo avere esaurito i convenevoli di rito, la guida e mio marito ne approfittano subito per fumarsi una sigaretta o per prendersi -come dico sempre io ironicamente- una bella boccata di aereosol al tabacco.

L’auto sulla quale saliamo non delude le nostre aspettative (anche se l’avevo vista solo in foto) e anche se gli inganni on-line sono ormai all’ordine del giorno; è comoda proprio come me l’aspettavo ed è dotata di wi-fi, cosa da non sottovalutare per chi come noi ha in programma molti spostamenti in lungo e in largo attraverso zone del Marocco nelle quali non giunge bene il segnale della nostra compagnia telefonica.

L’abitacolo è fresco, non oso abbassare il finestrino, fuori ci sono ben 40°C!

Facciamo subito tappa verso il nostro albergo che si trova in una zona residenziale fuori dalla Medina; scelta niente affatto casuale, reclamata a gran

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In albergo, in attesa della preparazione del tea marocchino

voce dalla nostra esigenza di avere una zona piscina attrezzata con giochi per bambini, scivoli e quant’altro possa essere necessario a rendere questo viaggio una vera e propria vacanza anche per le nostre figlie; sono piccole e in un Riad non saprebbero proprio che fare… anche se poi l’esperienza riadina la proveremo ugualmente, pur solo per un paio di giorni, quando andremo a visitare Essaouira, un piccolo villaggio di pescatori posto a circa 180 km da Marrakech, sulla Costa Atlantica.

 Ed è proprio da qui che sono iniziate le prime righe del mio racconto: dalla strada di ritorno verso Marrakech, dopo aver trascorso 2 giorni ad Essaouira, la città più ventosa che abbia mai visitato durante gli ultimi 15 anni di viaggi!

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Nell’enorme parco interno dell’albergo, persa tra mille colori e profumi

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Col mio caftano color prugna con dettagli dorati, quasi quasi mi sento un po’ marocchina anch’io!

ESSAOUIRA

Prima di partire, durante la fase organizzativa del viaggio, avevo letto che Essaouira è battuta da un forte e incessante vento per circa 360 giorni su 365, questo è

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Essaouira: l’enorme distesa di sabbia dorata lambita dalle gelide acque dell’Oceano Atlantico

vero… ma giuro che una cosa è leggerlo e un’altra è provarlo sulla propria pelle! (o sui propri capelli!).

Il vento è così potente che questo caratteristico villaggio di pescatori è cresciuto fino a diventare un vero e proprio paradiso per i surfisti, che giungono a frotte per cavalcare le onde dell’oceano atlantico che qui lambiscono una bellissima e grandissima spiaggia di sabbia fine e dorata, e che durante la nostra passeggiata mi ha fatto ricordare con malinconia quanto fosse bello il Poetto (il lungo litorale cagliaritano) prima che avvenisse il ripascimento (sigh).

C’è da dire però che a differenza del mare sardo, quello di Essaouira è più da guardare che da toccare, freddo e agitato com’è.

Quindi non immaginatevi certo che la sua sia una spiaggia in cui poter prendere il sole e dedicarsi all’abbronzatura!

Essaouira venne fondata secondo la tradizione da mercanti cartaginesi in un luogo abitato da popolazioni berbere, ha alle spalle sia una dominazione romana che araba,

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Essaouira: punti di vista speciali

(VII° secolo) e venne poi scoperta dai marinai portoghesi, che la ribattezzarono Mogador e contribuirono alla sua ripresa.

Alla fine del 1700 il sultano Muhammad III del Marocco decise di fare di Essaouira una base navale fortificata e in 3 anni, grazie ad un architetto militare francese, venne ridisegnata talmente bene che da lì prese l’attuale nome (Essaouira vuol dire “la ben disegnata”).

Fino ai primi del ‘900 fu prospera grazie anche alla comunità ebraica che la abitava e che era anche molto più numerosa di quella musulmana,poi, con l’inizio del Protettorato francese e lo sviluppo di altri porti iniziò un nuovo declino.

Solo negli anni ’60, grazie alle comunità hippy che ne fecero un luogo di riunione, riprese la sua vivacità e ospitò artisti del calibro di Orson Welles (che girò qui alcune scene del film Otello), Jimi Hendrix, Frank Zappa, Bob Marley, Sting.

Jimi Hendrix fu attratto da Essaouira e dalla ghnawa, musica introdotta in Marocco dagli schiavi neri e qui, ogni anno nel mese di giugno, ha luogo il Festival di musica gnawa.

Per questo Essaouira è considerata la Woodstock africana.

E’ una città piccola e facilmente visitabile in un giorno (se si è da soli) o in un paio se si è con bambini al seguito, tuttavia consiglio vivamente di soggiornare in una qualche struttura fuori dalle mura e di non fare come abbiamo fatto noi, che per assaporare l’esperienza del nostro primo Riad (che comunque si è rivelato essere un’ottima struttura) ci siamo ritrovati catapultati all’improvviso nella vita all’interno della sua Medina (il centro storico) -che tra l’altro è stata inclusa nella lista dei patrimoni dell’Umanità stilata dall’Unesco-.

Vita che, seppur tipica e caratteristica, abbiamo scoperto non fare decisamente al caso nostro, amanti come siamo della tranquillità, del relax e di certe comodità che molto spesso diamo per scontate ma che in realtà non lo sono per niente (perlomeno non in certi Paesi).

Un esempio tra tutti è la colazione: abituati alla classica colazione continentale fornita dagli hotel (molto spesso a buffet) con conseguente libertà e varietà di scelta, i seppur gentilissimi proprietari del Riad ci hanno fatto trovare prodotti tipici che non hanno soddisfatto le nostre esigenze… vi lascio immaginare il conto alla rovescia per i pianti e le lamentele delle nostre figlie… quindi, soprattutto se avete bambini, lasciate perdere la Medina e riservatevela alle passeggiate giornaliere e allora sì che vi regalerà forti emozioni!

La mattina successiva al nostro arrivo ad Essaouira, l’aria è frizzante e tira sempre il solito vento, forse un po’ meno forte rispetto a ieri ma dato che il nostro abbigliamento è inadatto a difenderci da questa Bora marocchina, mio marito dà l’idea -che poi si rivelerà provvidenziale- di fermarci in uno dei tanti negozietti (di 2 metri per 2 metri) sparsi nella Medina, per acquistare delle felpe calde e comode e fornite di cappuccio (che ci hanno letteralmente salvato la vita).

Mentre provo la mia (che mi calza a pennello e che è identica a quella delle bambine) tento -in realtà con poco impegno- di convincere Luca ad acquistarne una anche

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Le mitiche e caldissime felpe rosa che ci hanno salvato dalla Bora essaouirese!

lui (magari non rosa!) ma non resto delusa dal suo no; in fondo non mi aspetto altra risposta perchè lo conosco bene, affezionato com’è alle sue camicie e così poco avvezzo a vestire sportivo (probabilmente retaggio del suo lavoro anche quando è in ferie).

Così, ormai protette e con tanto di pashmina al collo portata sapientemente da Cagliari (nonostante le previsione climatiche torride), ci avventuriamo fuori dalle Mura verso la Qasba, scoprendo finalmente la vera bellezza della città (un po’ nascosta il giorno prima), il vero “senso” di questa tappa che quasi tutti danno per obbligata quando ci si reca in Marocco.

La Qasba è la cittadella fortificata che difende il porto, acquistiamo il biglietto per pochi dirham e scopriamo una piattaforma circondata dalle mura merlate in cui è possibile vedere i cannoni spagnoli del 17esimo e del 18esimo secolo; interessante è anche il Museo Sidi Muhammad ben Abd Allah che espone vari reperti storici, tra cui ceramiche antiche, monete, gioielli, tappeti pertinenti alla storia di Essaouira.

Il panorama è bellissimo, di fronte a noi le Isole Porporine, chiamate così perchè un tempo vi estraevano la porpora, si stagliano pacifiche e battute dalle forti onde

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In lontananza le Isole Porporine

dell’oceano.

Impossibile poi non fare un salto alla Skala de la Ville, il ventosissimo bastione affacciato sull’oceano nel quale i gabbiani sono forse lo spettacolo più grande, la fanno da padroni volando leggeri sopra le nostre teste, planando dolcemente e lasciandosi trasportare dalle correnti che evidentemente abbondano in questo tratto di cielo; osservare i loro giochi a così breve distanza al punto di riuscire a sfiorarli mi regala momenti di serenità e una sensazione di libertà che non dimenticherò mai e che poche volte nella vita ho provato.

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Interminabili giochi di gabbiani nei cieli sopra di noi

In lontananza i centinaia di pescherecci ormeggiati l’uno accanto all’altro dipingono di un blu intenso quello che oramai assomiglia molto più ad un quadro che ad una cittadina vera e propria.

La vista da quell’angolazione è a dir poco stupefacente e in un solo colpo d’occhio Essaouira viene rinchiusa dentro le Mura, e le Mura adagiate sull’oceano.

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La straordinaria vista che si può ammirare dalla Skala de La Ville


Le strette e anguste viuzze della sua Medina che il giorno prima ci hanno lasciato un po’ perplessi, a volte un po’ buie e sporche, vengono dimenticate come per magia;

La strana sensazione di essere perennemente osservata e quella di appartenere ad un mondo lontano anni luce da quello musulmano lentamente mi abbandonano, lasciandomi stordita e avvolta dalle folate di vento sopra la torre.

Lì sta la vera essenza di questa gita fuori porta che ci ha portato così lontani dalla nostra tappa iniziale, Marrakech, e solo ora lo capisco.Magico Marocco

Essaouira la Bianca e Marrakech la Rossa. Il contrasto per antonomasia.

Il fresco del vento, del bianco e del blu e la tranquillità della sua Medina da una parte caratterizzano la prima (completamente priva tra l’altro dello sfrecciare assordante dei motorini che infestano invece il centro storico di Marrakech), mentre il caldo, l’agitazione e la sensazione di tenere costantemente il piede calcato sull’acceleratore per ogni cosa, caratterizza la seconda.

Quale preferire, mi chiedo, seduta qui sulla mia scrivania, mentre rifletto su questo meraviglioso viaggio che mi ha letteralmente aperto la mente e il cuore?

I pensieri si avvicendano dentro la mia testa e mi portano a capire che Marrakech rispecchia decisamente di più ciò che mi aspettavo di trovare in questo Paese del Nord Africa e che tra le due è quella che preferisco, per tutto ciò che può offrire sia materialmente che spiritualmente.

SU MARRAKECH, I SUOI SOUK, L’HENNA, IL TEA ALLA MENTA & LA TAJINE… E TANTE ALTRE MERAVIGLIE IN ORDINE SPARSO

Ripenso alla mia stupenda prima settimana là (perchè a differenza di Essaouira, Marrakech merita sicuramente qualche giorno di visita in più), all’henna a mani e piedi fatto

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Henna in piazza Jema-El-Fna

assieme alle mie bimbe, ai giorni scanditi dalle visite ai coloratissimi e caratteristici Souk che da P.zza Jema-El-Fna si aprono disordinati, chiassosi e terribilmente caratteristici e che sembrano quasi giocare a far perdere la bussola ai turisti che si avventurano nell’intricato dedalo di viuzze strette e a volte soffocanti.

Il Souk che mi è piaciuto di più in assoluto è stato quello delle spezie, nel quale sono arrivata come si arriva in qualsiasi parte della Medina, un po’ per caso quindi, gironzolando nel quartiere ebraico (veramente bellissimo), nel quale ho scoperto l’esistenza dei cristalli di Eucalipto, che per il loro fortissimo effetto balsamico vengono utilizzati per curare il raffreddore e il mal di gola.

Il giovane berbero, proprietario della bottega erboristica (nella quale le mie figlie entusiaste hanno odorato e toccato un po’ di tutto) ha fatto sciogliere un minuscolo frammento di cristallo dentro ad una tazza di tea alla menta tipico marocchino e mi ha chiesto di assaggiarlo.

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Al Souk dei tintori i colori la fanno da padroni!

E’ bastato un solo sorso! Gli effluvi dell’eucalipto erano talmente intensi da farmi tossire e immediatamente ho capito che

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Una sosta nella bottega erboristica

utilizzo avrei potuto fare di un prodotto del genere… nella mia testa scorreva già l’immagine di una gelida giornata d’inverno, delle mie bimbe malate e di due tazze di latte fumante aromatizzate ai cristalli! Così, convinta dal venditore ho deciso di acquistarne un po’ in vista della stagione fredda, e staremo a vedere come andrà.

Sarà che adoro le spezie perchè il loro profumo esalta i miei sensi (il tableau de mariage del mio matrimonio le ha viste infatti protagoniste), sarà che passeggiando per questo Souk ho trovato molta più tranquillità rispetto al Souk dei mercanti (un po’ troppo caotico per i miei gusti) e a quello dei tintori, sarà che proseguendo nella mia passeggiata ho stretto amicizia con un signore molto

Souk delle spezie

Souk delle spezie

simpatico che mi ha accolto nella sua negozietto e che ha condiviso con me e con la mia famiglia il suo antico sapere sull’utilizzo di qualsiasi tipo di spezia esistente sulla faccia della terra… fattostà che quel giorno non lo dimenticherò mai, ed è guarda caso lo stesso in cui ho visitato anche un capolavoro dell’architettura tradizionale marocchina: Il Palais de Bahia, che si trova nella

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La terrazza interna del Palais de Bahia riccamente decorata con coloratissimi e splendidi mosaici

zona settentrionale della Mellah, è composto da circa 160 stanze e prende il nome dalla moglie preferita del sultano, che significa “brillante”.

I mosaici che si trovano al suo interno sono magnifici e il giardino dà la possibilità di riposarsi e rilassarsi e, se si ha la fortuna di visitarlo in un orario fuori dalle rotte altamente turistiche (vedi nugoli di giapponesi che scattano foto in ogni dove), proprio com’è successo a noi che siamo andati all’ora di pranzo, allora si avrà la possibilità di gustare ancora di più la sua bellezza e l’armonia che lo circonda in ogni sua parte.

Merita poi almeno due righe il racconto del formidabile pranzo che abbiamo avuto la fortuna di gustare là vicino, presso il ristorante “Les jardin de la Medina”, il cui nome e indirizzo mi ero appuntata prima di partire, in quanto viene recensito come uno dei migliori ristoranti di tutta Marrakech.

Questo posto incantevole fa parte di un Riad di lusso che sorge in una via del quartiere ebraico e vedendolo semplicemente dall’esterno non gli avrei dato, come si suol

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Scenografiche e fastose decorazioni si stagliano sui soffitti del Palais de Bahia

dire, due lire.

Circondato da alte mura e protetto da un imponente portone, racchiude al suo interno un’eleganza fuori dal tempo; suoniamo, il portone si apre e già dal primo istante ci accorgiamo del silenzio e della pace che lì regnano indisturbati, nettamente in contrasto col rumore dei motorini che abbiamo lasciato fuori.

Il maitre ci rassicura sul fatto che sia possibile pranzare nonostante l’ora tarda (sono le 15.15 del pomeriggio) e ci accompagna verso l’area esterna arricchita da un bellissimo giardino, nel quale vivono placidamente diverse tartarughe e decine di uccellini, gli unici in grado di rompere con il loro dolce cinguettio la quiete che ci circonda.

Nonostante un paio di altri tavoli siano occupati (quasi certamente dai clienti del riad)  non avverto la presenza di altri bambini e capisco subito, dopo aver notato la piscina alle mie spalle e la sua acqua limpida e calma, che quello è il classico posto nel quale avrei soggiornato assieme a mio marito se fossimo stati ancora una coppia di fidanzatini senza prole al seguito.

Il menù è ricco e non è difficile tradurre dal francese -per noi che l’abbiamo studiato a scuola e che per l’inglese ci affidiamo invece a Google Translate- i nomi delle prelibatezze che ci propongono, così decidiamo di provare un po’ di tutto tra antipasti, primi, secondi e dolci e questo pranzo resterà nella mia memoria per sempre.

La tajine di pollo (che ho scoperto adorare) arriva fumante, l’intingolo che la sovrasta è superbo, di una bontà unica che ancora adesso ripensandoci mi torna l’acquolina in bocca.

I secondi sono da urlo ma ciò che più mi colpisce sono i dolci: la pasta di mandorle la fa da padrona, la presentazione è perfetta e per un attimo mi sento un giudice di Master Chef pronto a dare il suo voto su questo pranzo divino, voto che sarà inevitabilmente un 9 (e non un 10 solo per un fattore soggettivo legato alla cannella usata nei piatti di carne, che dopo un po’ mi nausea; ma la cucina marocchina è inevitabilmente questa, non posso nè lamentarmi nè scendere sotto un bel 9).

Usciamo dal ristorante soddisfatti anche se io ho qualche senso di colpa, visto che da quando sono partita i chili in più abbondano…

Tirando le somme, questa avventura marocchina ha avuto anche tanti momenti di gioia e di divertimento, di giochi fatti con le mie figlie, di cocktail sorseggiati a bordo piscina (che anche di quello è fatta una vacanza) e inevitabilmente ora mi assale un magone di nostalgia.

Le cose che mi sono piaciute di Marrakech sono proprio tante che citarle tutte è quasi d’obbligo:

 

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Giardini Majorelle

-I Giardini Majorelle costituiscono un vero e proprio Eden all’interno della città rossa.

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Avete presente i miraggi nel deserto? Le illusioni ottiche che convincono i poveretti dispersi in mezzo alle dune, di aver visto un’oasi?Magico Marocco

Ecco, immaginateveli così questi giardini, solo che pur sembrando un miraggio essi sono reali e costituiscono il risultato ottenuto dall’artista francese Jacques Majorelle dopo il suo trasferimento nel 1919 a Marrakech, quando acquistò un terreno per trasformarlo in una lussureggiante oasi cittadina.

Egli cercava un posto in cui trovare ispirazione per le sue opere, isolarsi dal mondo e dipingere in tranquillità, un rifugio lontano dal caos cittadino,  un posto in cui Magico Maroccoraccogliere pian piano varie specie di piante e far convivere natura e arte islamica (non è un caso che il parco sia cinto da mura e con l’acqua al centro, come vogliono le prescrizioni del Corano per il Giardino Islamico).

Le Mura vennero dipinte di una particolare gradazione di blu che da lì prese il nome di “Blu Majorelle”, tinta che regala una piacevolissima sensazione di relax mentre si passeggia tra costruzioni in stile moresco, ammirando i fiori di loto sparsi qua e là e le piante provenienti da 5 continenti.

Dopo che Jacques Majorelle morì, questo paradiso venne abbandonato fino a tornare a risplendere nel 1980, grazie ad Yves Saint Laurent che lo acquistò traendone ispirazione per i suoi abiti e nel quale decise di farsi seppellire.

Nei vostri giri per la città, che vi consiglio di fare utilizzando anche i taxi (costano talmente poco che ne vale la pena, anche se è necessario come al solito mercanteggiare sul prezzo), non perdetevi il Minareto della Koutoubia che dall’alto dei suoi 69 mt d’altezza domina la città ed è il più antico degli unici 3 minareti almohadi rimasti al mondo.

La moschea può ospitare fino a 25 mila persone e purtroppo e visitabile solo se si è musulmani; tutto attorno si trova un magnifico, lussureggiante e curatissimo

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Lo splendido Minareto della Koutoubia

giardino nel quale dedicare almeno 2 minuti alla foto di rito con gli immancabili marocchini vestiti con coloratissimi e tipici abiti locali.

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La Madrasa di Ben Youssef, (un po’ difficile da trovare ma la sua bellezza è valsa la pena della sudata fatta per arrivarci) è l’ex scuola coranica di architettura arabo-andalusa più grande di tutto il Marocco.

Il suo nucleo è dato dallo splendido cortile nel mezzo del quale c’è un grande bacino rettangolare che serviva per le Abluzioni.

Tutte le pareti sono adornate da una ricchissima decorazione a stucco e le sculture non contengono come richiesto dall’Islam, figure umane o zoomorfe ma consistono interamente in iscrizioni e motivi geometrici o floreali.

Camminando intorno al chiostro, sono entrata in un paio delle 132 celle dormitorie che erano destinate agli studenti non residenti a Marrakech, disposte su due piani

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La Madrasa o Medersa di Ben Youssef

e aperte su piccoli cortili interni balconati e ho subito pensato alla totale assenza di divertimento e all’austerità del loro stile di vita; i ragazzini di oggi non resisterebbero un solo giorno!

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Osservando il panorama da una delle 132 celle dormitorie

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La Madrasa ci ha lasciato anche il ricordo di un ottimo pranzo gustato in un ristorante lì vicino.

Magico Marocco

Eccomi là, alla Terrasse La Medersa, finalmente seduta dopo ore di visite, stanca ma felice! Alla mia destra nella foto spunta il braccino di una delle mie bimbe (che per ragioni di privacy preferisco non mostrare in viso) mentre alla mia sinistra si può notare Signor Coniglio, un peluche che mi fu regalato al mercato di Valencia durante il primo viaggio di Beatrice -la piccolina di casa, sua padroncina ufficiale-, che all’epoca aveva 4 mesi. Di quello stand del mercato ricordo tutine, pagliaccetti e cappottini splendidi dalle tonalità pastello, realizzati in lana merinos e completamente hand made. Probabilmente mi lasciai prendere la mano 😉 così per ringraziarci ci regalarono Coniglio! Lo dico sempre che fare shopping è una cosa positiva 🙂 Anche Signor Coniglio ormai fa parte della famiglia e può dire di avere viaggiato parecchio per essere così giovane!

Tratto dai miei #stralcidiraccontidiviaggio :

“Domenica 5 giugno 2016, Marrakech, ore 13,30, temperatura percepita di 43 gradi centigradi.

Appena usciti dalla Medersa di Ben Youssef nel quartiere Mouassine, ci accorgiamo che trovare un taxi per tornare in albergo è impossibile; perciò apro la lista di ristoranti meritevoli che ho stilato con tanta cura prima di partire, affidandomi alle recensioni di #tripadvisor (e per i quali ho fatto il faticoso lavoro di creare una legenda sulla cartina segnalandoli uno per uno, un po’ noioso… ma l’organizzazione pre-viaggio è tutto con 2 bimbe piccole).
E così eccoci alla #terrasselamedersa.
Qui, su una bellissima terrazza rinfrescata da continue vaporizzazioni di acqua fredda e con una splendida vista su un minareto, una vera e propria oasi di tranquillità nel caos del Souk circostante, mi aspetta un’ottima Tajine vegetariana accompagnata dal tradizionale tea alla menta… e nel frattempo il muezzin chiama alla preghiera.
Il Ramadan sarebbe iniziato 2 giorni dopo…”

Magico Marocco
Che ricordi!

La cammellata, che le guide di solito organizzano nella zona della Palmeraie, attrazione turistica ma pur sempre divertente ed emozionante (soprattutto per chiMagico Marocco viaggia con bambini).

– Le famose Cascate d’Ouzoud (che in lingua berbera significa cascate dei mulini) che sono le più alte del Nord Africa (3 salti d’acqua di cui il più alto di 110 mt) e si trovano a 1060 metri sul livello del mare, nella catena montuosa del Medio Atlante, a circa 150 km a nord-est di Marrakech.

Si capisce la straordinarietà di questo posto se ci si sofferma un attimo a pensare che ci troviamo vicinissimi alle porte del Sahara!

Lungo il sentiero che porta giù fino alle cascate sono presenti dei mercatini di artigianato locale e diversi ristoranti nei quali si può pranzare discretamente ( con pochissimi dirham) di fronte ad una vista spettacolare. Altro che tv!

 

 

Magico Marocco

Le cascate di Ouzoud, le più alte del Nord Africa, possono essere ammirate da molto vicino grazie ad imbarcazioni simili a grandi zattere fai da te (ma comunque molto sicure), che vengono messe a disposizione dei turisti per una manciata di dirham. E’ possibile condividerle con altre persone o anche noleggiarne una intera (con barcaiolo a bordo) per avere un po’ più di privacy, proprio come abbiamo fatto noi, per l’equivalente di circa 10 euro.

 

 

 

 

Magico Marocco

Un simpatico macaco che vive nel boschetto vicino alle cascate di Ouzoud

 

 

Magico Marocco

Magico Marocco

I macachi marocchini adorano le arachidi!

Magico Marocco

Il mio incontro ravvicinato con uno dei macachi di Ouzoud

Ma sicuramente l’emozione più forte di tutte potrete provarla trascorrendo una notte nel deserto, esperienza unica da fare almeno una volta nella vita.

Ecco un piccolo assaggio dai miei #stralcidiraccontidiviaggio:

 

Magico Marocco

Merzouga desert

“(…) Mi destai lentamente dal torpore, accorgendomi di essere rimasta ferma lì per diverso tempo. Volutamente sola, con la sensazione di essere fuori dal mondo, le mani incollate a quella sabbia che pareva oro fuso, ancora calda e così morbida al tatto. Un indescrivibile tramonto africano, immortalato con la mia inseparabile reflex, era riuscito ad emozionarmi visibilmente ma era ormai svanito nel lontano orizzonte; l’oscurità iniziava lentamente a lambire il deserto, il bivacco e le tende dei beduini poste dietro l’enorme duna alle mie spalle, mia unica compagna di avventura per almeno una mezz’ora buona.
Potevo abbracciare il Sahara con lo sguardo… o forse il Sahara stava abbracciando me.
Potevo sentirne lo struggente e potente richiamo e il profumo pieno di fascino selvaggio che mi aveva rapito fin dal primo istante.
Adesso iniziavo a capire che cosa fosse quel “Mal d’Africa” di cui avevo tanto sentito parlare.
Quel posto era magia pura.
“Noi uomini siamo veramente fortunati, il mondo è una meraviglia”, dissi tra me e me.
Mi alzai.
Quell’attimo di stupefacente pace e bellezza era ormai finito e io ero consapevole di dover tornare alla realtà.
I miei piedi affondavano sulla sabbia ad ogni passo.
“Ho il deserto dentro le scarpe” pensai sorridendo e corsi giù lungo la grande duna che mi separava dai miei cari e dall’accampamento berbero allestito per la nostra prima notte a Merzouga (…)”.

 Il mio racconto è finito ed io vi saluto con la speranza che vi sia piaciuto e che possiate apprezzare ancora di più i prossimi che verranno.

 Vi ricordo inoltre che potete seguire me e i miei viaggi non solo su questo Blog ma anche sul mio profilo Instagram https://www.instagram.com/laura_lost_in_wanderlust/

A presto!

 

 

 

 

Partire fa rima con…

 

partire

 

Partire è un po’ fuggire, è un po’ morire, è un po’ capire… e queste tre cose esattamente nell’ordine in cui le ho elencate.
A quanti di noi è mai capitato di preparare una valigia col cuore silenziosamente in tumulto, le mani agitate e rapide, il desiderio impellente di essere già in aeroporto e di respirare il suo inconfondibile profumo di libertà e di evasione, mentre ancora si è intenti a riempire il beauty case di dentifricio, spazzolino e quant’altro?
A me è successo, solo una volta per la verità. Solo una volta con quell’immensa necessità di mollare tutto e forse con la voglia di non tornare più, di fuggire dalla realtà che in quel momento mi stava stretta e scomoda, che mi sembrava di non riuscire a modificare e nella quale non riuscivo a trovare la felicità… ma il concetto di quest’ultima ha subito per me diverse variazioni nel corso del tempo, fino a trovare il vestito giusto con la mia maturità, con i miei 30 anni.
Ero molto più giovane e più ingenua rispetto ad adesso e quando mi ritrovai a Londra con la consapevolezza di poterci e doverci rimanere per un intero mese, dentro me, mescolata al dolore ed alla rabbia, si agitava solo il respiro della LIBERTÀ ASSOLUTA, quell’impalpabile sensazione che si prova solo quando si parte da soli, senza una compagnia costante, senza fidanzati, mariti o amiche che siano la nostra ombra per tutto il tempo del viaggio.
In realtà affrontai la prima parte della mia avventura con un’amica ma poi lei, che era avezza alla realtà londinese e che mi fece da cicerone durante tutta la prima settimana, fu assorbita dal suo fidanzato e dal suo corso d’inglese; io ero pronta ad affrontare quel momento o forse credevo di esserlo. A volte, la convinzione di essere pronti a fare quello che si conosce solo in teoria e sulla carta, è proprio ciò che ci salva dall’evenienza di essere bloccati dalla paura di non farcela, dal timore di non “essere in grado di”…
E così mi ritrovai senza nemmeno accorgermene, in giro da sola per le strade di una delle metropoli più grandi e cosmopolite del mondo, una città nella quale tanti, che lungo la strada della vita ho conosciuto, si sono trasferiti alla ricerca di un’occasione migliore di quelle che la mia terra non era in grado di offrire loro.
Non era il mio caso quello, comunque; io ero lì per fuggire, sì, ma solo per un po’, per cercare di capire come cambiare ciò che non mi piaceva della mia vita, ciò che mi faceva soffrire, ciò che avrei voluto dimenticare, ciò che non avrei mai voluto avere vissuto (e pensavo ciò sbagliando, perché in fondo ciò che siamo è frutto di tutte le nostre esperienze, belle o brutte che siano).
Ora, a distanza di tanti anni sorrido se ci penso… ma allora per me era una necessità essere lì.
E fu un viaggio che mi cambiò, che mi aiutò a crescere, a prendere finalmente consapevolezza di ciò che ero in grado di fare, di dire ma soprattutto di pensare con la mia sola testa e senza l’aiuto di nessun altro.
Le strade bagnate e umidicce di Londra rappresentarono la mia “iniziazione” alla vita da adulta, alla necessità di assumermi la responsabilità delle mie azioni (tutte), dei miei errori passati, delle mie scelte future.
Lungo le rive del Tamigi morì una parte di me ma contemporaneamente ne nacque un’altra, e sebbene come tutte le cose giovani fosse ancora vuota, aspra e selvaggia, era tuttavia già pronta ad aiutarmi a svolgere quello che sarebbe stato il mio cambiamento.
A Londra diventai “grande” e senza nemmeno accorgermene mi trasformai, un pezzettino impercettibile di ali mi spuntò sulla schiena, forse era un pezzettino invisibile ma io lo “sentivo” vivo e grande dentro me e quando tornai a casa dopo quel lungo mese trascorso là, con le valigie stracolme di oggetti, il portafoglio sottile e tanti souvenir per me e per altri, cartoline, biglietti della metropolitana e dei musei, scontrini e qualsiasi altra cosa sentissi la necessità di conservare, quasi come monito di ciò che ero riuscita a raggiungere sola soletta, abbracciai con tutte le mie forze quella che doveva ineluttabilmente essere la mia nuova vita.
Nei mesi successivi presi la patente (rimandata fin troppe volte -tanto ho il motorino, pensavo-), superai con un bel 28 l’esame di diritto privato (correva il mio primo anno di Giurisprudenza), mi comprai la macchina, iniziai a far sentire molto più di prima la mia voce per un sacco di cose che ritenevo importanti, cambiai diverse amicizie, mi feci più scaltra e più sveglia di quanto fossi mai stata prima di quel momento, e capii.
Capii che la vita non sempre è facile, che non a tutti è data la possibilità di viverla come Alice nel paese delle meraviglie e che alcune persone e alcune situazioni possono fare male.
Ma ormai ero diventata forte, Londra mi aveva plasmato, fortificato, insegnato.
L’avevo girata in lungo ed in largo (o perlomeno così mi parve, anche se ora come ora direi che nemmeno un anno è sufficiente a conoscerla bene), avevo imparato a cavarmela da sola in situazioni che qualche mese prima mi avrebbe fatto rizzare i peli sulle dita solo l’immaginare di affrontarle da sola, ed invece ce l’avevo fatta.
Ora mi sentivo in grado di fare tutto quello che volevo, il vuoto e il dolore dentro al mio cuore non erano certo scomparsi ma piano piano si stavano evolvendo in qualcosa di diverso e più il tempo passava più diventavano evanescenti; la fastidiosa sensazione di avere sempre gli occhi pronti a versare lacrime passò; la mia corazza era cresciuta, si era inspessita e da quel momento non mi avrebbe più abbandonato.
Londra mi ha insegnato soprattutto una cosa: non tutti nascono con la camicia; il detto “homo faber fortunae suae” vale solo per alcuni, per quelli che non hanno chi gli mette i bastoni tra le ruote, mentre per altri vale, sì, ma solo in parte; non sempre si ha ciò che si vuole e non sempre si ha la possibilità di cambiare completamente la propria vita o di eliminare del tutto ciò che ci fa soffrire; e ci sarà sempre qualche aspetto di essa che ci sembrerà insoddisfacente o frustrante; Londra mi ha insegnato che la fortuna, quella che ti fa incontrare la persona giusta al momento giusto o quella che ti offre esattamente ciò che vuoi quando lo vuoi esiste solo per un numero selezionato di individui, quelli che appunto nascono “con la camicia”; gli altri devono accontentarsi di crearsi da soli il loro piccolo mondo.
Ma la cosa importante è capire cosa non va, cosa non ci rende felici, già l’individuazione esatta della fonte di imperfezione del nostro vivere quotidiano costituisce un ottimo inizio e può darci la spinta verso qualcosa di nuovo che all’inizio probabilmente non sarà esattamente ciò che avremmo voluto… ma costituirà pur sempre un primo piccolo passo verso la vittoria, lungo l’impervia salita della vita, lungo un percorso fatto di tante cose… di sacrifici, del sapersi accontentare ma anche di momenti di gioia e felicità;
e quando ci sembrerà di essere ancora troppo lontani dalla meta da raggiungere nonostante la nostra trasformazione, il nostro impegno e la forza acquisita, sarà proprio in quel momento che ci trasformeremo da bruco in farfalla e che le ali completeranno la loro crescita;
allora e solo allora, saremo finalmente in grado di volare via lontano e di raggiungere la vera felicità, sotto qualunque forma essa sia intesa, di tenerla stretta e di non consentirle di andare via troppo spesso.
Le mie ali sono spuntate a Londra ma in questo contesto è una città che costituisce semplicemente la rappresentazione di un qualsiasi luogo di libertà e di riflessione... a voi magari sono spuntate o potrebbero spuntare a Barcellona, a Parigi o in qualsiasi altro posto del mondo, nella foresta equatoriale o su una mongolfiera, come anche nel salotto di casa.
Le mie ali all’inizio non erano nè abbastanza grandi nè abbastanza forti per sostenere il mio peso, riuscivano a farmi fare solo brevi voli; sono cresciute anno dopo anno e forse ancora stanno crescendo.
Col passare del tempo mi hanno consentito viaggi sempre più lunghi ed adesso hanno anche compagnia: nei momenti in cui sono troppo stanche o troppo svogliate per farmi spiccare il volo, vengono trascinate su per il cielo da un’altro paio d’ali molto più potenti; ali che pur avendo avuto un percorso diverso dalle mie hanno comunque avuto l’ostinazione di incontrarsi, di riconoscersi, di piacersi, di innamorarsi e di imparare ad amarsi giorno dopo giorno; ali che per loro (e per mia) fortuna sono per certi versi meno ammaccate delle mie, hanno meno graffi, traumi e lacerazioni e forse per questo mi piace immaginarle un po’ più forti… ali che quando ce n’è bisogno, sopportano il peso del mio essere e mi consentono comunque di volare verso l’orizzonte infinito della felicità.
Le ali di chi ha scelto di starmi accanto per sempre.
Se un giorno non dovessi più averle vicino, cosa che mi auguro non accada mai e poi mai (e ora come ora non voglio nemmeno immaginarlo, mi fa male anche solo pensarci), tuttavia un pensiero risuona forte e chiaro nella mia mente: nessuna paura.
Perchè a Londra ho imparato anche a trovare, a riconoscere ed a salvaguardare la mia individualità, a non scordarmi mai chi sono e cosa sono in grado fare da sola.
E voi?
Avete già trovato la vostra “Londra”?

Le parole che scrivo e i colori che vedo

 wanderlust parole e colori

 

Cagliari, Gennaio 2016.

 

Proprio l’altro giorno riflettevo su come in realtà questo Blog non sia in grado di rappresentarmi  in tutto e per tutto, se continua a restare privo di una parte fondamentale di quella che è la mia vita: i viaggi.
Così ho deciso di colmare questa lacuna inserendo una nuova sezione dedicata proprio ad una delle cose che più amo fare, a ciò che più arricchisce la mia anima e che più mi entusiasma: viaggiare, scoprire posti nuovi, luoghi ricchi di magia e di grazia, paesaggi incantati che, una volta “afferrati” con vigore dalla mia anima assetata di poesia e di bellezza, perdono qualsiasi possibilità di scivolare dalla forte presa dei miei ricordi, diventando inevitabilmente parte del mio essere e collanti non indifferenti per la mia famiglia: perché i momenti trascorsi assieme in viaggio hanno e avranno sempre quel “quid” in più che mi permette di “avvertire” la verità e la bellezza dell’amore che proviamo gli uni per gli altri.
Nella mappa allegata sono visualizzati tutti i luoghi visitati durante i viaggi fatti su e giù per l’Europa negli ultimi cinque anni, a partire dall’anno 2012 fino ai giorni nostri (mi riservo infatti di visitare gli altri continenti assieme alle bambine, quando raggiungeranno un’età più matura e adatta all’impresa).

La scelta di non prendere in considerazione le località viste prima della loro nascita non è stata affatto casuale, in quanto per mio marito e per me la vita vera e completa è iniziata con loro; i viaggi fatti in coppia, pur essendo stati bellissimi, non hanno mai avuto né lo stesso “profumo” straordinariamente buono ed intenso né gli stessi colori accesi e indimenticabili di quelli compiuti in quattro.
Sono nate così, viaggio per viaggio, sia la voglia di riportare nero su bianco, attraverso le mie parole, le più belle ed emozionanti esperienze vissute, sia la galleria delle immagini che più rappresentano ciò che mi ha colpito e affascinato delle città, delle metropoli, dei paesi, delle campagne e dei monti sui quali ho lasciato il cuore, con uno speciale occhio di riguardo sia all’aspetto naturalistico, sia all’aspetto storico; questi sono infatti i fattori che prendo sempre in considerazione come elementi portanti di qualsiasi itinerario (per intenderci, tra Ibiza e Creta la mia scelta ricadrebbe senza ombra di dubbio sulla seconda).
Che cosa vuol dire per me viaggiare, o meglio, esplorare viaggiando?parole e colori
Beh, direi semplicemente tutto fin dall’incipit: l’eccitazione, l’emozione, l’ansia ma anche la serietà durante tutte le fasi organizzative (dalla scelta del luogo all’acquisto dei biglietti aerei, dal noleggio auto alla prenotazioni degli alberghi, dalla ricerca delle attività da svolgere alla stesura del programma giornaliero).
Vuol dire la precisione nel prevedere anche l’imprevedibile, capacità questa, acquisita col tempo, con l’esperienza e soprattutto grazie alle necessità inderogabili e ai piccoli capricci di due bambine molto vivaci ed esigenti; un imprevedibile che inizialmente comporta fatica ma che una volta partiti ci consente di non avere mai tempi morti e di riuscire a rispettare qualsiasi programma di viaggio, anche il più pesante, tra lo stupore di parenti e amici.
Partire vuol dire anche vivere la magia data dallo scoprire le meraviglie della natura e del mondo, l’infinita gioia dettata dalla consapevolezza di essere in vacanza e di non avere alcun pensiero al di fuori del puro divertimento.
Vuol dire mantenere la mente aperta e affrancarmi ogni volta di più dalla mentalità isolana con la quale convivo quotidianamente ma soprattutto vuol dire percorrere nuove strade alla ricerca di luoghi ignoti, scoprirli con l’animo dell’esploratrice, non solo della viaggiatrice e sicuramente non della turista, conoscere usi e costumi di una nazione straniera, assaporarne i gusti, soppesarne le differenze e accarezzarne le virtù…

Questo per me significa “esplorare viaggiando”.

 

 

La Svezia nel cuore

Quando ripenso al viaggio fatto quest’estate, i miei ricordi iniziano a vagare in maniera alquanto caotica su e giù per l’Europa, si nascondono dapprima in Alto Adige dove giocano festosi, poi si rincorrono in Austria, si acchiappano in Germania e continuano così fino allo stremo per poi arrestarsi ormai esausti molto più a nord, alle latitudini di cui mi sono inevitabilmente innamorata già diverso tempo fa durante un viaggio in Norvegia e che evidentemente non vogliono saperne di farsi scalzare dal podio: latitudini nordiche quindi, perché devo ammetterlo, mi è rimasta la Svezia nel cuore.
Questo paese, io lo ricordo con i colori pastello di un acquerello dipinto dalle mie bambine: il blu intenso del cielo, le nuvolette leggere ed impalpabili spennellate di un bel bianco latte che ogni tanto vanno a velare il sole, mai troppo caldo e mai troppo cocente; la dolce e pacata campagna svedese bagnata dal Lago Mälaren e dipinta di un verde a tratti intenso e a tratti delicato, il suo silenzio, la sua pace e la sua tranquillità, quasi come se lì il tempo scorresse molto più lentamente rispetto alla grande, vivace e super efficiente Stoccolma, in cui il freddo e grigio Mar Baltico la fa da padrone, insinuandosi consapevole e prepotente tra le varie insenature ed isolette e andando a creare così un meraviglioso arcipelago degno di essere visitato almeno una volta nella vita.
Ma Stoccolma, la super organizzata Stoccolma, và vissuta per essere capita fino in fondo, non è sufficienteSvezia, Stoccolma una semplice visita e adesso capisco il perché; capisco il motivo di questa frase che lessi qualche tempo prima di partire, in uno dei miei tanti pomeriggi internauti sottratti al riposo e dedicati all’organizzazione di questo viaggio; viaggio che a ragion veduta (e nonostante posti belli nella mia vita abbia avuto la fortuna di vederne diversi) annovero per il momento come il migliore fatto assieme alla mia famiglia.
Stoccolma e la sua gente costituiscono un’unica entità, o perlomeno questo è quello che io ho avvertito durante le due settimane trascorse in Svezia.
Perciò, per assimilare al meglio il fulcro di questa bellissima città è necessario comprenderne gli abitanti, e viceversa; direi che gli Svedesi in generale sono molto legati alle loro tradizioni, dannatamente orgogliosi della loro terra e più nello specifico della loro capitale, della sua organizzazione, di tutto ciò che essa può offrire: a Stoccolma è tutto così perfettamente organizzato, la rete di trasporti è efficientissima, le strade pulite, le famiglie ed i bambini in particolare sono portati sul palmo della mano, quasi venerati oserei dire. Non credo esista una mamma che abbia mai trovato difficoltà a muoversi col passeggino… nella T Bana (la metropolitana svedese) ci sono ascensori ovunque!
Devo dire che in realtà il mio utilizzo dei mezzi di trasporto pubblici in viaggio (metro, bus e treni) si può definire scarsissimo: in Svezia, ad esempio, sono salita solo un paio di volte sulla metro e mai sull’autobus, perché già da diversi anni mio marito ed io ci siamo abbonati all’uso selvaggio dei taxi; pur essendo in effetti un mezzo molto più dispendioso per esplorare una qualsiasi località di vacanza, resta per noi l’unico modo che ci consente sia di sfruttare al meglio il tempo a disposizione, sia di stancarci il meno possibile (dato che le nostre figlie ci danno già parecchio da fare), sia di mantenere un’ottima velocità negli spostamenti: riusciamo così rispettare tutti i nostri itinerari giornalieri.
A Stoccolma le aree verdi, dei veri e proprio polmoni ricolmi d’ossigeno, brulicano.
Il più importante, lo Skansen, quello in cui mi sono trovata talmente bene da tornarci una seconda volta per la gioia delle pargole, è un vero e proprio museo all’aria aperta unico nel suo genere, al cui interno è fedelmente riprodotta la vita agreste del secolo scorso, con tanto di paesaggi bucolici, villaggio, contrade, fattorie, interni ed esterni caratteristici nei quali tutti sono vestiti con i costumi tipici dell’epoca; così non sarà difficile incontrare un contadino, un venditore di ghiaccio o una ragazza di campagna intenta a trasportare in un cesto delle uova appena raccolte;
e poi ancora filatrici, telai e fusi, animali di ogni genere, orsi, alci, renne; carri e carrozze, casupole in legno con tanto di donne intente a cagliare il latte ed a produrre formaggi con mestolo, paiolo e fuoco di legna appena acceso… altroché fornelli e fuoco a gas; così, dopo una mezz’ora trascorsa in questo magico posto vi sembrerà di essere tornati per davvero indietro nel tempo, in un’epoca in cui si viveva ancora di ciò che si produceva ed in cui la genuinità delle cose e delle persone era all’ordine del giorno.
Come viene vissuta la natura in Svezia? Sicuramente rappresenta una risorsa ed un dono da amare, curare e preservare, gli Svedesi ne vanno fieri e ne beneficiano appena possono.
Amano sedersi sul prato, socchiudere gli occhi e farsi baciare dal sole scandinavo, quel sole di cui per la maggior parte dell’anno non godono; e forse il segreto, il motivo di questo loro modo di essere e di vivere la vita, è proprio questo: apprezzano particolarmente ciò che noi diamo per scontato, capiscono il valore di ciò che la natura offre perché provano sulla loro stessa pelle cosa vuol dire esserne privi.
Soffermiamoci un attimo a pensare: come sarebbe la nostra vita se non avessimo le albe ed i tramonti ai quali siamo abituati, se ad ottobre la luce del sole ci abbandonasse alle 17 e a partire da dicembre se ne andasse addirittura alle 15, costringendoci a vivere al buio ed illuminati dalla sole luce artificiale per il resto della giornata?
Perché in fondo a mio parere, è di quello si parla, è lì che sta il nocciolo della questione ed è sempre lì che risiede la vera ricchezza di questo paese: gli Svedesi vivono per abbracciare e riabbracciare la luce ed il calore del sole (tant’è che rifuggono qualsiasi tipo di serranda o tenda alle finestre); si alzano ogni giorno, vanno a lavorare, ridono, scherzano, si amano, litigano, fanno la pace ed ogni notte si addormentano sapendo che quel giorno sarà un giorno in più che li porterà e riporterà -come un cerchio che ogni anno si ripete-, verso la loro meravigliosa estate illuminata da ciò che di più bello non esiste: una grande stella madre del sistema solare, un astro che non è solo un’entità vivente ma che rappresenta e costituisce anche una cura per l’anima regalando, come ormai è noto, attimi di felicità anche all’animo più cupo.
Un giorno, durante il nostro lungo soggiorno svedese, mio marito, le mie figlie ed io abbiamo fatto una 20150822_124618gita a Vaxholm, rinomata cittadina situata su un’isoletta dell’arcipelago.
Il traghetto, puntuale e preciso ci ha fatto salire all’ora prestabilita, ha solcato le fredde acque baltiche, circumnavigato diverse isole fino ad attraccare nel porto di questa famosa e modaiola località vacanziera.
E proprio lì ho potuto constatare che per i cittadini svedesi farsi un tuffo, sdraiarsi al sole e asciugarsi all’aria aperta, riposare all’ombra di un albero e mangiarsi magari un panino tolto da un bel cesto da pic-nic in vimini, rappresentano un appuntamento irrinunciabile durante la stagione “calda” (per me che sono sarda non ha neanche senso fare un paragone con le temperature a cui sono abituata io, vivendo da giugno a settembre con una media di 30° gradi e facendo il bagno in mare solo se è l’acqua è un brodo); ma non solo, direi che tutte queste cose rappresentano per loro uno stile di vita ben preciso, che li ha resi quello che sono.
Un popolo forte e fiero, che ha saputo trovare il giusto equilibrio tra modernità e tradizione; un popolo infaticabile anche se non perfetto… ma in fondo quale lo è al giorno d’oggi?
A suo tempo, mi ha lasciato abbastanza perplessa il venire a conoscenza del fatto che in Svezia il diritto dei genitori a sculacciare i propri figli sia stato rimosso nel 1966 e poi espressamente e rigidamente proibito da una legge emanata nel 1979 (anno in cui sono nata io, che di qualche sculaccione mantengo sicuramente il ricordo). Nel 2011 è stato addirittura proposto l’aumento della pena prevedendo carcere e multe elevate per chi violi tale legge.
Ricordo ancora come fosse ieri, un bel pomeriggio assolato, le bambine addormentate sul passeggino e mio marito ed io spaparanzati su una panchina a Stortorget, grande piazza nel cuore di Gamla Stan e punto d’incontro di tutte le direzioni cardinali del centro storico della città, piazza che oggi viene ricordata soprattutto per il Bagno di Sangue di Stoccolma del 1520, ovvero il massacro perpetuato da parte di Cristiano II di Danimarca su nobili e religiosi svedesi.
Di fronte a noi non solo i caratteristici palazzi d’epoca datati XVI e XVII secolo che, fedelmente riprodotti in miniatura, riempiono le miriadi di negozietti di souvenir della zona ma anche una scena che mi appare subito alquanto sconcertante: un tira e molla tra una mamma e la figlioletta di circa 2 anni, che più che un tira e molla mi pare una vera e propria contrattazione senza alcun senso.
È giunto per loro il momento di tornare a casa, la bimba non vuol saperne e la mamma la rincorre supplicandola di andar via, la bimba sfugge imperterrita e la mamma la implora di seguirla, tendendole le braccia senza risultato, in un incredibile carosello che dura oltre trenta minuti; osservo le conseguenze terribilmente diseducative del capriccio di una bimba prepotente e palesemente abituata a fare ciò che vuole e rimane impressa nei miei occhi l’espressione a tratti disperata ed a tratti mortificata di quella povera madre; madre che non solo è obbligata, come piace dire a me, a “farsi mangiare la pastasciutta in testa dal figlio”, ma che si trova addirittura costretta a servirgli le posate… un po’ come a dire: ti porgo l’altra guancia, fai di me ciò che vuoi.
E guai ad usare un tono perentorio, duro o autorevole con la prole svedese e men che meno guai a sculacciarne il sederino! È reato! Tosto arriverà nella frazione di un secondo un poliziotto (o verrà chiamato da qualcuno lì presente) e voi finirete immediatamente in gattabuia. Che dire… un trattamento che in Italia è riservato a casi a mio avviso ben più gravi.
Abbiamo lasciato la piazza avendo ben impressa l’immagine della madre che rincorre la pargoletta, chissà se i morsi della fame o la stanchezza prima o poi avranno fatto desistere la bimba, almeno dopo qualche ora, e consentito il rientro a casa.
In Italia chiunque avrebbe risolto la situazione in cinque minuti e perché no, anche con l’ausilio di uno scappellotto, utile di sicuro ad evitare di trasformare un bimbo in un piccolo dittatore, proprio come è successo al figlio di un nostro amico italiano ma con moglie svedese: è riuscito a strabiliarci nel raccontare del giorno in cui persero 4 treni consecutivi perché il figlio si rifiutava di salire e la madre non voleva costringerlo con la forza, preferendo aspettare che lo facesse spontaneamente!
Ma forse è meglio abbandonare le questioni pedagogiche per tornare a ricordi più piacevoli…
E così rieccoci a tu per tu con gli svedesi ed il loro legame con i quattro elementi naturali, legame che viene avvertito quindi in modo molto forte.
Aria, terra, acqua e fuoco: i suoi abitanti vivono in completa armonia con essi, rispettano la natura e la riconoscono come parte essenziale della loro esistenza.
Le radici vichinghe si fanno sentire forti e chiare, scalpitano per non essere dimenticate ed anzi, la storia della nascita di questa popolazione, storia ricca di leggende e di magia, e le sue antiche tradizioni, vengono tramandate all’inverosimile diventando così un simbolo imprescindibile della vita scandinava.
La mia permanenza in Svezia non è stata breve e nonostante ciò non ho avuto la possibilità di vedere e di fare tutto quello che avrei desiderato… vale a dire la Lapponia svedese, Kiruna, le escursioni con i cani da slitta ma soprattutto Abisko e la sua mitica Aurora Sky Station, osservatorio delle aurore boreali, che rappresentano per me un fantastico sogno ed una meta alla quale devo ancora -ma a ragion veduta- rinunciare, almeno per il momento: il periodo ideale per vivere un’avventura del genere è infatti ricompreso tra gennaio e marzo ed ora come ora le mie figlie sarebbero troppo piccole per riuscire a “sopravvivere” a certe temperature (ad Abisko la temperatura notturna media di quel periodo è di -30º)… e tantomeno riuscirei io a partire senza di loro. Così me ne sono fatta una ragione e attendo pazientemente che crescano un pochino di più, fino al giorno in cui finalmente potremo condividere assieme quella grande emozione dipinta nel cielo nordico.
Abbandonando perciò il capitolo “sogni infranti”, ricordo di avere avuto modo di passeggiare piacevolmente a Norrmalm, area moderna e commerciale, di fare acquisti a Drottninggatan, lunga via pedonale fino ad arrivare a Sergels Torg e devo dire di essere rimasta alquanto sorpresa nel constatare di non provare più come un tempo una forte attrazione verso i numerosi negozi H&M di cui è piena zeppa Stoccolma (e questo grazie alla recente apertura in Italia dello shop online che ha compensato la carenza di un negozio a Cagliari).
Sono stata a Söderlmalm, in cui in passato ci fu una rivoluzione hipster, oggi quartiere disseminato Fotografiskadi bar bohémien frequentati da artisti e musicisti e proprio lì ho visitato il Fotografiska, uno dei più interessanti musei di fotografia moderna a livello europeo (con buona pace delle bambine che se ne sono dovute fare, loro malgrado, una ragione).
Mi sono rilassata e divertita a Djurgården, isola ricca di attrazioni come il già citato Skansen, l’interessantissimo museo Vasa in cui è esposto un galeone del XVII secolo perfettamente conservato e affondato proprio durante il suo viaggio inaugurale.
Ho trascorso un paio d’ore al Nordiska Museum, che ho trovato molto bello, ricco di oggetti e di ricostruzioni interessanti e che tuttavia non ho avuto la possibilità di apprezzare a sufficienza a causa della totale mancanza di una visita guidata… avrei potuto sopperire a questa carenza grazie alla possibilità di visitare le sale accompagnata dalle cuffie audio-attive ma purtroppo l’unica lingua assente era proprio quella italiana! Il che me la dice lunga sulla frequentazione del museo da parte di connazionali e mi induce a decidermi ad imparare bene l’inglese.
Ho poi provato l’ebbrezza di sentirmi una ragazzina all’Abba Museum.
Sono passata per Österlmalm, zona chic ed elegante, ideale per gli amanti dello shopping di lusso e della vita notturna ed ogni sera ho fatto ritorno, esausta ma felice, nell’appartamento preso in affitto a Vasastan, tranquilla area urbana residenziale con una grande concentrazione di famiglie con bambini (cosa questa che ci ha fatto sentire parecchio a nostro agio) e famosa per avere dato i natali all’autrice di Pippi, Astrid Lindgren.
Sicuramente però, tra tutti i quartieri di Stoccolma quello che mi è rimasto più impresso e che quindi merita qualche parola in più, è il già citato Gamla Stan, ovvero il cuore della città antica.Gamla Stan
Si tratta di un dedalo di vicoli medioevali e strade acciottolate, pullulante di negozietti di souvenir, ristorantini, caffè e brulicante di turisti ad ogni ora del giorno; il segreto per vivere la vera “autenticità” di questo posto è perciò lasciare la strada principale ed inoltrarsi nei vicoli secondari, rimanendo stupiti di quanto sia facile passare dal frastuono del grande traffico pedonale al silenzio affascinante di queste viuzze, nelle quali non sarà difficile scoprire minuscoli negozi di oggetti vichinghi o di quadri antichi.
Proprio a Gamla Stan, in una delle più antiche ed eleganti pasticcerie di Stoccolma, la Sundbergs Sundbergs Konditori StoccolmaKonditori, circondati da una raffinata atmosfera molto “swedish”, ci siamo concessi una dolcissima pausa dalle “fatiche” giornaliere (fossero sempre così le nostre fatiche!) assaggiando la torta nazionale, la Princess Tårta e diversi altri dolci; ci ha colpito molto il fatto di avere a nostra disposizione un grande samovar, posizionato al centro della sala, da cui ogni cliente poteva rifornirsi liberamente di caffè; ma in effetti, per gli svedesi la pausa caffè è sacra al punto dall’averle dato un nome: “Fika”, perciò la cosa non avrebbe forse dovuto sorprenderci più di tanto.
Il quartiere è importante soprattutto perché sede del Palazzo Reale (Kungliga Slottet) in stile barocco, residenza ufficiale dei reali di Svezia; il palazzo dispone di 1430 stanze, sorge accanto al Parlamento (Riksdag) ed è stato ricostruito nel 1697 a seguito di un incendio che aveva distrutto la struttura originaria;
A Gamla Stan non si può poi non visitare la cattedrale (Storkyrkan) in stile gotico (nella quale si San Giorgio e il drago, Cattedrale di Stoccolmaè sposata nel 2010 la principessa Victoria di Svezia); è una chiesa protestante, quindi particolarmente semplice rispetto a tante altre cattedrali europee ma vale ugualmente la pena di essere visitata (a pagamento oppure, con la Stockolm card -che consiglio vivamente-, gratuita) anche solo per l’imponente e bellissima statua di San Giorgio e il Drago, costruita in legno e corno d’alce, e per il maestoso organo che trova spazio al suo interno;
Abbandonando il quartiere vecchio, la mia memoria mi riporta alla piacevole e tranquilla giornata trascorsa con la visita al castello di Drottningholm, residenza privata della famiglia reale svedese, iscritto assieme al parco (al cui interno si trova il padiglione cinese ed il teatro, meritevoli anch’essi di una visita) nell’elenco del patrimonio dell’umanità stilato dall’Unesco.
Il castello, che ho esplorato in completo relax senza l’intralcio delle masse di turisti (le mie bimbe sono parecchio mattiniere), è ispirato a quello di Versailles anche se, rimanendo pur sempre una bellissima struttura, non potrà mai competere a mio parere con quest’ultimo: Versailles è Versailles!
Durante le innumerevoli giornate di sole splendente (siamo stati parecchio fortunati con il tempo, era ottimo e abbiamo poi scoperto che questa è stata addirittura la migliore estate svedese degli ultimi 10 anni, con una media giornaliera di 24/25 gradi!) ho avuto anche il tempo di visitare Uppsala, città sede della più antica università della Scandinavia, che vanta una splendida cattedrale in stile gotico, una delle più grandi del Nord Europa, che ci ha colpito soprattutto per la presenza al suo interno di una vasta area giochi dedicata ai bambini, con tanto di peluches, intrattenimenti di ogni sorta e pouf su cui sedersi a leggere un bel libro; non avevo mai visto così tanta applicazione ed impegno rivolti verso lo straordinario mondo dei fanciulli e devo dire che l’idea mi è piaciuta parecchio (ho scoperto poi che quasi tutte le chiese in Svezia presentano una “zona bimbi”).
Se anche nella mia parrocchia esistesse uno spazio del genere, sarebbe sicuramente molto più facile “costringere” le mie figlie ad assistere alla messa domenicale… eh sì, gli svedesi sono proprio “avanti” per queste cose!
E poi ci sono state le gite fuori porta… come non ricordare con estremo piacere le numerose scampagnate che le bambine hanno adorato?
Senza ombra di dubbio, quelle fatte a Mariefred ed a Sigtuna avranno sempre un posto speciale tra i miei ricordi.
Iniziamo dalla prima: Mariefred è un piccolissimo e accogliente villaggio tipicamente svedese a circa 60 km ad ovest di Stoccolma, costruito attorno al castello di Gripsholms, importante e raffinato gioiello architettonico del patrimonio culturale svedese, castello che costituisce ogni anno una grande attrazione per un numero non indifferente di visitatori e turisti, senza cui probabilmente molti di loro, noi compresi, non si sarebbero mai spinti e non si spingerebbero fino a lì.
Per fortuna che esiste e che ci ha attratti! Mi dico quindi; perchè perdersi una giornata in questo meraviglioso posto sarebbe stato veramente un delitto.
Il castello è molto bello e molto ben tenuto e noi abbiamo la fortuna di poterlo visitare presto, quasi in Gripsholms Slottcompleta solitudine, molto prima che vi si riversi un’orda immane di turisti (che vedremo poi dopo sulla strada del ritorno); e tutto ciò grazie a chi?
Ma ovviamente sempre alle nostre due dolci bimbe! Pare infatti che abbiano l’orologio biologico incorporato, alle 7 del mattino sono già in piedi scattanti, pimpanti e pronte con le domande di rito:”Dove andiamo oggi? Che cosa facciamo?”.
Non ci consentono un solo ritardo sulla tabella di marcia ma in fondo è meglio così, come andrebbero le cose se non ci fossero loro? Un po’ me lo immagino… sveglia alle 11, colazione all’ora di pranzo e mezza giornata sprecata (ma mio marito mi confida -con tono un pochino ironico- che in realtà non gli dispiacerebbe se ciò potesse accadere, almeno una volta ogni tanto…).
Dopo la visita al castello ci dirigiamo verso la cittadina vera e propria, con un breve e piacevolissimo tragitto a piedi all’interno del boschetto che collega l’isoletta a sud di Mariefred (sulla quale è stato costruito il castello) alla terraferma.
E’ mezzogiorno, le bambine sono stanche e hanno fame perciò ci fermiamo a mangiare, puntuali come Gripsholms Värdhusun orologio svizzero e tenendo fede al nostro programma giornaliero, al Gripsholms Värdhus, la locanda più antica della Svezia che merita assolutamente una sosta; questa pausa si dimostrerà corroborante non solo per il corpo ma anche per lo spirito, grazie all’incantevole vista sul lago e sul castello che si apre davanti ai nostri occhi e che ci allieterà durante il nostro pranzo.
Il pomeriggio ci vedrà intenti a girovagare per i negozietti e ad immortalare le caratteristiche abitazioni svedesi dai colori forti e decisi, i deliziosi giardinetti curati in modo quasi maniacale e ricolmi di fiori dai mille colori, di gigantesche api e di meravigliose farfalle che la mia reflex non si lascerà sfuggire nemmeno per sbaglio.
In ultimo parlerò di Sigtuna, località a nord di Stoccolma, sorta in un luogo che mi è parso magico e surreale, anche se ammetto di essere una persona che si lascia volentieri affascinare dal mondo onirico e fantastico e quindi parecchio incline a farsi suggestionare…
Sigtuna rappresenta l’incipit, il “vero e proprio” inizio di tutto; è infatti il primo insediamento vichingo DSC_0030della Svezia, risalendo al 980 d.c..
Non a caso il motto del paese, motto che si ritrova un po’ ovunque, perfino sugli oggetti di merchandising, è proprio: “Sigtuna, where Sweden begins!”.
Qui le pietre runiche abbondano molto più che in qualsiasi altra parte d’Europa e sono immerse in una natura particolarmente silenziosa, affacciata sulla riva settentrionale del Lago Mälaren, ampio specchio d’acqua che fa da cornice al pittoresco villaggio costituito da casette di legno dai caratteristici colori pastello, con una netta prevalenza di rosso e di giallo; le abitazioni si snodano lungo la millenaria strada maestra (Stora gatan), assieme a deliziosi negozi di abbigliamento, graziosi caffetterie e ristorantini tipici, che troverete immortalati nel reportage fotografico allegato al racconto.
Chiudo gli occhi e mi ritrovo di nuovo lì, intenta nell’esplorazione di questo grazioso paesetto, dopo Sigtunaavere dribblato le lamentele ed i capriccetti delle mie bimbe che, memori del divertimento del giorno prima, avrebbero preferito ritornare al Junibacken di Djurgården (il parco giochi dedicato al personaggio di Pippi Calzelunghe); ma i patti sono chiari e l’amicizia lunga (un giorno a voi ed uno a noi), pertanto eccomi qui assieme a mio marito ad osservare ed a tentare di decifrare le decine di pietre runiche disseminate lungo il percorso tracciato nella mappa fornitaci, assieme ad una copia dell’alfabeto runico (futhark), all’ufficio turistico del paese (che per l’occasione non ho mancato di depredare di diversi graziosi souvenir).
Così, mentre le mie mani sfiorano le profonde incisioni delle rune e le foglie degli alberi attorno a me iniziano inspiegabilmente a muoversi senza un alito di vento ad aiutarle, sento il potente flusso della Storia scorrere nelle mie vene.
I miei pensieri volano via lontano verso tempi antichi e segreti, verso misteri e leggende, così inevitabilmente la sensazione di non essere soli, là in quel boschetto alle spalle del villaggio, e l’impressione di trovarmi in un posto magico mi imprigionano, decidendo di non abbandonarmi neppure per un secondo…
Ma purtroppo, un allegro vociare richiama la mia attenzione e lo schermo del pc mi riporta bruscamente alla realtà.
Non sono più a Sigtuna, non sono più in Svezia, non sono più in vacanza.
Però non mi lascio prendere dalla nostalgia, un nuovo viaggio mi sta aspettando, una nuova storia è alle porte ed in fondo non devo fare altro che attendere con trepidazione i mesi che mi separano dalla nuova partenza, certa che anche la prossima volta avrò l’onore di ammirare posti incantevoli, la cui memoria resterà sempre con me.

Reportage fotografico svedese al link:   http://www.pennainchiostroecalamaio.it/svezia/

 

Stoccolma

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Mariefred

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Vaxholm

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Sigtuna

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Uppsala, la Cattedrale

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